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Vaccini, iniezioni, immunità: quando finirà il Covid?

Il vaccino è l'unica arma per fermare la pandemia, ma i ritardi delle aziende farmaceutiche potrebbero complicare i piani del governo

Quando si ritornerà a fare spesa senza le mascherine? E quale sarà l’ultimo Dpcm? Nel 2021 potremo tornare a viaggiare? Sarà pubblicato quest’anno il primo quotidiano senza la parola “coronavirus” al suo interno? In poche parole: quando finirà la pandemia?

A queste domande non esiste una risposta precisa. Ma esistono una serie di proiezioni che devono essere considerate, nel loro insieme, un’aspettativa realistica.

Al momento, il vaccino si presenta come la strada maestra per uscire da una congiuntura davvero tragica. Ma la capacità delle aziende di rispettare le promesse, l’efficienza delle Regioni di somministrare le dosi, il via libera alla commercializzazione di nuovi brevetti sono stati e saranno elementi capaci di dettare i tempi per tornare a vivere finalmente in un’Italia Covid-free.

Immunità delle categorie a rischio e immunità di gregge, cosa dicono gli esperti

L’immunità di gregge, cioè la condizione per cui, grazie al vaccino, esistono abbastanza persone protette da rendere difficile la trasmissione del virus, potrebbe essere raggiunta entro settembre, quando il 70% degli italiani sarà immunizzato.

La previsione è dell’Agenzia italiana del farmaco (Aifa), cioè l’autorità nazionale competente per l’attività regolatoria dei farmaci in Italia. Una stima più ottimistica arriva dal presidente del Comitato Tecnico Scientifico Franco Locatelli. Più cauta la virologa Antonella Viola, mentre Nicola Magrini, a capo dell’Aifa, ha detto che “tra febbraio e marzo, gli ospedali saranno Covid-free e le Rsa in sicurezza”.

Il ministro della Salute Roberto Speranza ha datato i primi segni di miglioramento: “Già dal primo aprile potremmo avere 13 milioni di vaccinati e così avremmo raggiunto la fase uno, che ci consente di avere il primo impatto epidemiologico”.

Ricapitolando: secondo le dichiarazioni degli addetti ai lavori, gli effetti della campagna di vaccinazione saranno evidenti innanzitutto nelle strutture di assistenza medica e nelle case per anziani, forse a partire già dal prossimo mese. Dalla primavera, potremo osservare un’incidenza sui numeri, mentre, in autunno, buona parte degli italiani sarà immunizzata contro il virus, al punto da renderne difficile la circolazione.

Cosa dice il piano vaccinazioni del governo

Le tempistiche fin qui individuate non sono state messe per iscritto nel “Piano strategico vaccinazione anti-SARS-CoV-2/COVID-19”, consultabile in formato pdf qui e dal portale del ministero della Salute.

Leggendo il documento, si apprende che all’Italia spettano circa 200 milioni di dosi entro il secondo quadrimestre del 2022. Si tratta di un numero maggiore dell’intera popolazione. In alcuni casi, infatti, sarà necessario un richiamo, mentre le fiale non inoculate saranno stoccate sotto forma di scorte.

Insomma non sarà necessario avere tra le mani 200 milioni di unità per uscire finalmente dalla pandemia. Tuttavia nel cronoprogramma del governo non è indicata nessuna deadline. Al suo posto c’è una divisione in scaglioni, ordinati secondo un principio di priorità, almeno nelle fasi a disponibilità limitata di vaccini: la precedenza va al personale medico e agli ospiti delle Rsa, poi agli over 80.

Sul sito del ministero c’è poi un caveat: “Le tempistiche e le cifre potranno essere soggette a variazioni in funzione dei processi di autorizzazione e assegnazione delle dosi”, si legge nelle FAQ.

Le dosi ordinate dall’Italia non sono prodotte soltanto da Pfizer-BioNtech e Moderna, gli unici vaccini ad aver superato il processo di autorizzazione dell’ente europeo (“European Medicine Agency”, abbreviato in “Ema”). L’Italia ha preso accordi anche con Johnson&Johnson, che dovrebbe iniziare le consegne a metà del 2021, e AstraZeneca. In entrambi i casi le cose non sono andate come previsto. 

I ritardi delle case farmaceutiche: Pfizer-BioNTech, AstraZeneca, Johnson&Johnson

Durante la settimana scorsa, Pfizer ha comunicato ritardi nelle consegne in l’Europa. Tra i paesi che riceveranno meno vaccini tra gennaio e febbraio c’è anche l’Italia. Commentando l’annuncio, il commissario per l’emergenza coronavirus Domenico Arcuri ha minacciato “azioni in tutte le sedi” e ha spiegato che sarà l’azienda a decidere come distribuire il taglio di 167mila dosi (su 470mila a settimana previste) tra i territori. La logistica, infatti, è carico del fornitore, essendo il vaccino un prodotto da conservare a temperature bassissime e quindi difficile da trasportare.

Pfizer-BioNTech ha motivato le proroghe con gli interventi nello stabilimento di Puurs, in Belgio. Dopo i lavori, la fabbrica sarà in grado di aumentare il proprio regime, garantendo la produzione di 2 miliardi di dosi al posto degli 1,3 previsti per il 2021 in Europa. Ma i ritardi preoccupano le Regioni e mettono a rischio la roadmap anticipata dal governo: con un taglio del 29% del totale, che secondo le ultime notizie si protrarrà fino a metà febbraio, i progressi in alcuni territori vanno a rilento. Il Veneto riceverà 24mila dosi in meno. La Lombardia e l’Emilia Romagna 25mila.

Se i ritardi di Pfizer-BioNTech potranno essere compensati da una maggiore capacità di approvvigionamento per il futuro, la situazione per AstraZeneca è più incerta.

La compagnia è passata attraverso una fase di testing accidentata. Le agenzie mondiali sono diventate più caute e tra queste anche l’Ema, da cui è atteso l’ok per la commercializzazione condizionale, una procedura speciale consentita solo in casi di particolare urgenza. La data del via libera è prevista il 29 gennaio, oltre i tempi stabiliti inizialmente. Si teme un impatto anche sul piano di vaccinazioni dell’Italia, che ha ordinato 40 milioni di vaccini AstraZeneca da ricevere entro giugno.

Un altro brevetto sicuramente promettente è stato registrato da Johnson&Johnson. L’Italia dovrebbe ricevere 14 milioni di fiale tra maggio e agosto. Tuttavia la multinazionale ha accumulato un ritardo di 2 mesi con gli Stati Uniti e non sono escluse ricadute sul programma europeo.

Il lavoro delle Regioni

La capacità di vaccinare i cittadini rispettando i tempi previsti dal piano di vaccinazione dipende dall’operato dei governi regionali, responsabili della sanità all’interno dei rispettivi territori. Dopo una partenza non brillante, l’Italia è riuscita a recuperare terreno e, attualmente, eventuali dilazioni sembrano dipendere più dalle promesse non mantenute dei Big Pharma che dalla cattiva amministrazione per cui il Belpaese è tristemente famoso nel mondo.

Tra i governi locali, ce ne sono di più virtuosi e meno virtuosi: al 21 gennaio, secondo il report vacciniCampania, Piemonte, Trentino, Valle d’Aosta e Marche hanno somministrato più del 90% delle quantità ricevute. Ai piedi della classifica ci sono Molise e Calabria, con rispettivamente il 52 e il 59. Nel complesso però l’Italia sembra essere partita bene, almeno rispetto all’operato degli altri paesi. L’aggregatore Our world in data mette la penisola all’ottavo posto tra le nazioni più progredite nel processo di immunizzazione della popolazione dal virus. Al momento sono state somministrate 1.282.184 dosi, un numero in continuo aggiornamento.

VirgilioNotizie | 21-01-2021 20:21

Vaccini, chi ne fa di più? I dati, la 'classifica' delle regioni Fonte foto: ANSA
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