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Covid, un anno dopo le bare di Bergamo: il racconto di un medico

Mario Sorlini, decano dei medici lombardi, ricorda la tragedia di Bergamo un anno dopo la foto dei camion con le bare che ha fatto il giro del mondo

Il 18 marzo 2020 una lunga coda di camion dell’esercito portava via le bare dal cimitero monumentale di Bergamo: troppi i morti di Covid in pochi giorni, non c’era spazio per tutte le salme. Un anno dopo, il 18 marzo 2021, l’Italia rivive quel momento e lo fa istituendo la prima giornata nazionale in onore delle vittime del Covid. Al Corriere della Sera uno dei medici impegnati a Bergamo, Mario Sorlini, ha raccontato quei giorni drammatici.

Covid, un anno dopo le bare di Bergamo: il racconto di un medico

Mario Sorlini ha 67 anni, è un medico di base che ha lavorato per 40 anni ad Albino, tra Alzano Lombardo e Nembro, uno dei Comuni più colpiti in relazione al numero di abitanti. Oggi è anche presidente della Cooperativa iniziativa medica lombarda, che raccoglie oltre cento medici del territorio.

“In quelle bare portate via dai camion militari c’erano un mio assistito e un mio amico di infanzia. Tornarono a casa solo dopo quaranta giorni“, ha raccontato nell’intervista rilasciata al Corriere della Sera.

Due giorni dopo quel drammatico 18 marzo 2020 “ci fu un’altra spedizione – ha ricordato -: ero in auto e rimasi bloccato dietro una colonna di mezzi dell’esercito che sembrava infinita. Mi appoggiai al volante, chiedendomi perché Dio ci stesse facendo questo“.

La foto dei camion militari davanti al cimitero cambiò la percezione delle persone: “In tanti cominciarono ad avere paura di andare all’ospedale. I miei pazienti mi imploravano di lasciarli a casa. Avevano ragione. Un mio anziano paziente di Albino andò in coma. Si svegliò un mese dopo, in una terapia intensiva di Catanzaro“.

Covid, un anno dopo le bare di Bergamo: quando il medico capi la gravità del Covid

Sorlini ha ripercorso le settimane antecedenti la fila dei camion dell’esercito. “Mi resi conto della gravità del Covid troppo tardi, come tutti: era la mattina del 24 febbraio“.

Quel giorno Sorlini ricevette “una telefonata dietro l’altra, senza nessuna avvisaglia” dai suoi pazienti che si ammalavano uno dopo l’altro. “Cento chiamate al giorno, avevo 1.600 assistiti. Ogni anno ne perdevo un paio per l’influenza. Lo scorso marzo ne sono morti 25 in 21 giorni, quasi cinquanta alla fine di quel mese”.

“Quando si dice la strage di Bergamo – ha aggiunto -, si tratta di questo: per tre settimane la gente moriva come mosche“.

E adesso, un anno dopo, la situazione è uguale? “Per carità. Questa terza ondata è nulla rispetto a quel che è stato“.

VirgilioNotizie | 18-03-2021 08:07

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