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Il Caso Ferragni-Balocco e i vantaggi fiscali derivanti dalla beneficenza: l'intervista al commercialista

Il caso che ha investito Chiara Ferragni e l'azienda Balocco rimette sul tavolo il tema della beneficenza: i vantaggi fiscali secondo il commercialista

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Continua a far discutere il caso mediatico che ha travolto l’imprenditrice digitale Chiara Ferragni, coinvolta in iniziative di solidarietà risultate “opache e ingannevoli” e sanzionata per 1 milione di euro dall’Antitrust dopo il pandoro Balocco gate e “le accuse di truffa aggravata al vaglio della magistratura”. Tanti gli attacchi nei suoi confronti, a cominciare dal Codacons. Ma oltre al caso specifico, ci sono dei vantaggi fiscali per chi fa beneficenza? L’intervista a Gianluca Timpone, commercialista e tributarista di Roma, ai microfoni di Virgilio Notizie.

Il Codacons sul caso Balocco-Ferragni

Il Codacons, associazione per la difesa dei consumatori, ha presentato un’istanza al comune di Milano chiedendo il ritiro dell’Ambrogino d’oro consegnato ai Ferragnez nel 2020.

“Dopo la scoperta dello schema Ferragni su beneficenza e sanzioni Antitrust”, il Codacons auspica “indagini a tappeto di Antitrust e Guardia di Finanza su tutto il settore degli influencer, un mondo opaco e poco trasparente che nel 2023 ha generato solo in Italia un giro d’affari da 348 milioni di euro”.

chiara ferragni fedezFonte foto: ANSA
Chiara Ferragni e Fedez

I vantaggi fiscali per chi fa beneficenza

Le donazioni, le elargizioni liberali e i versamenti volontari “hanno chiaramente anche un risvolto dal punto di vista fiscale”, spiega a Virgilio Notizie Gianluca Timpone, commercialista e tributarista di Roma.

A seconda del tipo di aiuto, si beneficia o di una riduzione in termini di tasse o di una riduzione del reddito da dichiarare. Ecco come funziona, nel dettaglio.

L’intervista al commercialista Gianluca Timpone

Secondo Timpone, nel momento in cui si decide di elargire un aiuto per esempio a un ospedale, come all’ospedale Regina Margherita di Torino, “c’è la possibilità di beneficiare di una deduzione.  A seconda del proprio reddito si recupera fino al 10% di quanto si va a dichiarare per un massimo di 70-100 mila euro”.

Per le erogazioni alle organizzazioni non lucrative, le onlus, il discorso è diverso: “Si recupera il 19% fino a una spesa massima di 2 mila euro. Nel momento in cui si devolvono somme a titolo di beneficenza, la beneficenza oltre ad assicurare un vantaggio in termini di immagine ne porta anche da un punto fiscale”.

Ed è una leva diffusa? 

“Sì, perché per beneficiarne si seguono delle specifiche: le elargizioni in contanti non comportano vantaggi. Deve essere tutto tracciabile. Ci deve essere una documentazione che attesti che ciò che si sta facendo ha come risultato un aiuto benefico, a favore di soggetti bisognosi. E le movimentazioni che si fanno devono essere tracciabili. Bonifici, assegni, carte di credito: non valgono aiuti in contanti“.

Anche tra le grandi aziende?

“Certo. Il vantaggio è paradossalmente maggiore per le grandi aziende. Per alcune donazioni non si può eccedere il 2% rispetto al reddito dichiarato: quindi con un reddito elevato si sfrutta al massimo il vantaggio legato alla donazione. Per esempio con un reddito di 1 milione di euro è possibile usare una donazione di importo che non può superare il 10%, 100 mila euro, per un rientro in termini di minore pagamento di imposte di poco più del 30%. Quell’aiuto viene restituito come minori imposte o minori tasse da pagare, insomma, a seconda che si tratti di detrazione o deduzione. A ogni azione che comporta un aiuto a un soggetto terzo corrisponde un minor pagamento di imposte. E questo serve a incentivare le persone a donare e fare un’azione che dal punto di vista sociale sia apprezzabile e magari abbia un impatto”.

Testimonial e influencer sono ormai centrali nel fundraising…

“Esatto. E la contrattualistica trasparente non prevede che vi sia una remunerazione rispetto all’attività benefica. Se faccio beneficenza non posso avere una remunerazione rispetto al prodotto che serve per aiutare un’associazione. Qualora fosse prevista non potrebbe rientrare in un’attività a scopo benefico ma di natura commerciale. Ora le attività benefiche sono escluse da qualsiasi tipo di natura commerciale: se faccio beneficenza non posso trarne alcun tipo di profitto“.

E va davvero così? 

Non va quasi mai così. I contratti vengono mascherati da attività diverse. Per quella tipologia di attività benefica viene riconosciuto zero, ma con un’altra attività di natura commerciale si recupera quanto non riconosciuto per la beneficenza. È facile raggirare la norma ed eluderla“.

Come ne esce da questo caso il ruolo degli e delle influencer?

“È un ruolo non disciplinato in maniera specifica. È considerato lavoro autonomo, non ha norme specifiche e non ha alcun albo di appartenenza. Qualora esistesse un albo influencer esisterebbe anche regolamento e un modus operandi. Non c’è invece un’autoregolamentazione, si muovono a seconda dei propri vantaggi. Con un albo potrebbero essere più controllati, individuando soglie al di là delle quali l’attività si configura come effettivamente commerciale: ne trarrebbe vantaggio lo stesso erario. Ci sarebbero regole e obblighi come per ingegneri, avvocati, giornalisti. Un organo di disciplina, una deontologia, e forse non ci sarebbe neppure stata necessità di rivolgersi all’Antitrust, perché l’organo interno avrebbe prevenuto: sarebbe occorsa un’autorizzazione preventiva”.

Sarebbe auspicabile quindi un albo?

“A mio parere sì. Certo, per essere influencer non servono doti particolari, ma si può stabilire che in base al numero di gradimento, magari persone che ti seguono e  bacino di utenza, si può essere riconosciuti come professionisti o dilettanti, creando uno spartiacque. Oggi ci si muove facendo riferimento ad altre categorie di lavoro autonomo che rispetto agli influencer ha però discipline interne. E chiunque si può improvvisare influencer solo perché ha un bacino di persone che apprezzano quello che fa”.

chiara-ferragni-pandoro-balocco Fonte foto: ANSA

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