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Infermieri italiani in Norvegia, stipendio da 4 mila euro e affitto pagato: la storia di Giulia e Michele

La fuga degli infermieri dall'Italia verso la Norvegia raccontata attraverso due storie di successo: stipendi più alti e qualità di vita migliori

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Arrivano molte storie da parte dei lavoratori italiani all’estero, come gli infermieri italiani in Norvegia, che non tornerebbero mai in Italia. Le storie raccolte dal Corriere della Sera sono quelle di Giulia Cellini e di Michele Calvisi. Entrambi laureati in scienze infermieristiche, hanno deciso di lasciare l’Italia per raggiungere la Norvegia dove hanno firmato contratti a tempo indeterminato con stipendi base doppi rispetto all’Italia. Se questo non bastasse, si aggiungono bonus e benefici, come l’affitto dell’abitazione pagato.

La storia di Giulia Cellini

La prima storia raccontata è quella di Giulia Cellini di Ferrara, anni 32. Cellini si è trasferita in Norvegia cinque anni fa, a partire da maggio 2019. Ha iniziato a lavorare come infermiera in Italia, ma era stanca del sistema e voleva avere un’esperienza all’estero. Attraverso il portale di annunci di lavoro europeo ha trovato lavoro come infermiera in Norvegia. Fin da subito ha firmato un contratto a tempo indeterminato e tra i tanti bonus che riceve ci sono anche i voli pagati per tornare in Italia.

A fare la differenza tra il lavoro in Italia e il lavoro in Norvegia è soprattutto lo stipendio. In Norvegia lo stipendio orario è di 320 corone, ovvero 27,40 euro l’ora. Al mese, per un totale di 20 giorni lavorati, si guadagnano circa 5700 euro lordi, 3380 euro netti. E nel conteggio, dice Giulia Cellini, mancano straordinari e notti. che non fa. Poi c’è il bonus estivo per chi lavora da giugno ad agosto, che equivale a 250 euro a settimana. Se questo non bastasse, a spingere Giulia Cellini a non voler tornare in Italia, ci sono bonus come l’affitto pagato dall’agenzia o il rimborso di una parte dell’affitto in caso si scelga una diversa abitazione. Grazie a questo sistema Giulia Cellini in cinque anni è riuscita a mettere da parte 50.000 euro.

fuga di cervelli in NorvegiaFonte foto: ANSA
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La storia di Michele Calvisi

Non è diversa la storia di Michele Calvisi, che appena laureato ha iniziato a lavorare nel reparto infettivi dell’ospedale di Cagliari. Dal 2020 al 2021 ha lavorato in piena pandemia di coronavirus, vivendone i turni massacranti e lo stress. Alla fine ha scelto una via di fuga in Norvegia. Grazie a un corso accelerato di norvegese, è riuscito a trasferirsi e a lavorare in Norvegia. Fin da subito con contratto a tempo indeterminato, alloggio gratuito, bollette pagate e un bonus di 1000 euro annuale per i voli. Si aggiungono rimborso del carburante per l’auto che usa per andare al lavoro e tutti gli altri spostamenti da una struttura all’altra.

Per quanto riguarda lo stipendio anche Michele racconta di non ricevere meno di 3000 euro al mese e con il fatto che molte spese sono già pagate, è riuscito a mettere molti soldi da parte. Sul ritorno in Italia la risposta è: “Assolutamente no”.

Incentivi e disincentivi del rientro in Italia

Le storie di Giulia e Michele sono solo due delle moltissime che spiegano il fenomeno dei cosiddetti “cervelli in fuga“. L’Italia non rappresenta oggi il Paese dove restare per costruirsi un futuro e al netto delle prime difficoltà linguistiche, le competenze italiane all’estero sono ben apprezzate e soprattutto ben pagate.

In risposta il governo dovrebbe attuare politiche di rientro, anche attraverso incentivi e adeguate politiche fiscali. La risposta invece sembra essere stata un “non ci interessate”, perché con la nuova legge di Bilancio sarà meno conveniente per i giovani che hanno fatto esperienza all’estero tornare in Italia. Infatti anche se gli incentivi restano, si riducono per entità e per durata.

infermieri-norvegia Fonte foto: ANSA

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