NOTIZIE
CRONACA

Cura contro il Covid 19? Remuzzi fa il punto su farmaci e terapie in fase di studio. Vaccino "unica soluzione"

Quali terapie si sono rivelate efficaci e quali no per combattere il Covid-19. I farmaci più promettenti

Di: VirgilioNotizie | Pubblicato:

Ci sono alcuni segnali incoraggianti da studi in corso su farmaci e terapie, ma per la cura conto il Covid-19, “quella con la C maiuscola, ci vuole ancora un po’ di tempo, e molta pazienza”. L’unica arma che abbiamo al momento è il vaccino. Lo spiega il direttore dell’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri, Giuseppe Remuzzi, che in una intervista al Corriere della Sera fa il punto sui rimedi e le terapie contro il Covid-19 che si stanno studiando.

Si parla poco delle cure anti Covid, dice Remuzzi, perché di fatto non esistono ancora, “sono molto in divenire”. L’unica arma che abbiamo a disposizione al momento sono i vaccini: “Sono sicuri, fatti a tempo di record anche grazie ai governi che hanno fatto grandi investimenti a fondo perduto. La loro efficacia cala nel tempo, ma questo è normale”.

Cura contro il Covid, Remuzzi fa il punto

Riguardo le cure, ci sono alcuni studi che fanno ben sperare, alcuni farmaci e terapie che si sono mostrati parzialmente efficaci ed altri che hanno dato risultati inferiori al previsto, a discapito dell’entusiasmo iniziale.

All’inizio della pandemia, ricorda Remuzzi, ci si era concentrati sulle terapie per i malati più gravi. Solo tre cose sono risultati efficaci, ma solo parzialmente e in certe condizioni. Il cortisone innanzitutto, “con certe dosi e in certi momenti, e la controindicazione che se sbagli fai peggio”.

Ci sono poi “due anticorpi monoclonali che vanno somministrati insieme, e hanno comunque efficacia parziale. E un farmaco che inibisce una delle citochine responsabili dell’infiammazione, sul quale i dati sono ancora molto incerti”. Di fatto non esiste ancora una cura efficace contro la fase più acuta della malattia provocata dal coronavirus.

Sono in corso diversi studi su come bloccare l’ingresso del virus nell’organismo. In un paio di casi ci sono segnali incoraggianti, ma serve tempo, “servono risultati certificati su campioni molto ampi di pazienti. Negli ultimi mesi – ricorda Remuzzi – spesso all’entusiasmo iniziale è seguito un forte raffreddamento”.

Uno di questi studi riguarda la somministrazione del recettore Ace 2, attraverso cui entra il virus, in forma solubile, per salvaguardare quello che si trova sulle cellule. “Un modo – spiega l’esperto – per ingannare il virus, a farla semplice. Sembra non avere effetti negativi su cuore, reni e pressione”.

Altri studi in corso vertono sull’impiego di un semplice farmaco per la tosse, la Bromexina, che sembra fornire una protezione importante per impedire che la proteina Spike del Covid raggiunga le cellule.

Ci sono altre ricerche in corso su anticorpi monoclonali che potrebbero essere efficaci, ma in questi casi la strada da fare è ancora lunga.

Al momento, a parte la prevenzione garantita dal vaccino, la soluzione più praticabile per combattere la malattia è l’uso degli antinfiammatori: “Noi dell’Istituto Mario Negri stiamo lavorando con l’Aifa per mettere a punto un protocollo che usando farmaci molto semplici consenta di inibire l’effetto dell’infiammazione nei primi dieci giorni dal contagio”.

Cura contro il Covid, cosa non funziona

Per quanto riguarda i farmaci antivirali, Remuzzi spiega che “quelli che funzionavano con l’Hiv non funzionano per il Covid”. A partire dal Remdesivir, con il quale è stato trattato l’ex presidente statunitense Donald Trump. “Ci sono un numero ormai importante di studi clinici che dimostrano come la sua efficacia contro il Covid si limiti alla riduzione della carica virale nel naso e nella bocca. Allo stato attuale, chiamarla cura, sarebbe eccessivo”.

Anche l’antivirale prodotto dalla Merck non sembra essere la soluzione del problema: “All’inizio riduceva l’ospedalizzazione e la morte da Covid del 50%: da lì il legittimo entusiasmo. Quando sono stati eseguiti trial su numeri più importanti di pazienti, si è visto che la percentuale cala al 30%, purché venga somministrato entro cinque giorni dall’inizio dei sintomi. Meglio di niente”.

Il plasma iperimmune non funziona, o almeno solo in alcuni determinati, “e lo si sapeva da subito. Adesso lo dice anche lo studio promosso dalla nostra Aifa. Risultati molto negativi. Si possono avere occasionali risposte favorevoli in presenza di un donatore con alto titolo di anticorpi neutralizzanti e un paziente senza risposte immunitarie per via di un trapianto o perché affetto da tumore o leucemia. Ma certo non si applica su larga scala”.

Fonte foto: ANSA
Covid: quali sono i farmaci da (non) utilizzare e perché

© Italiaonline S.p.A. 2024Direzione e coordinamento di Libero Acquisition S.á r.l.P. IVA 03970540963