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Psicologhe e avvocato di Alessia Pifferi accusate di favoreggiamento, perquisizioni in carcere: i sospetti

Le psicologhe che si sono occupate del caso di Alessia Pifferi e il suo avvocato sono state iscritte nel registro degli indagati: le accuse

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Stefano D'Alessio

GIORNALISTA

Giornalista pubblicista. Laureato in Comunicazione, per anni si è occupato di sport e spettacolo. Scrive anche di attualità, cronaca e politica. Ha collaborato con importanti testate e programmi radio e tv, a livello nazionale e locale.

Le due psicologhe del carcere di San Vittore che hanno redatto una relazione su Alessia Pifferi e l’avvocato della donna sono stati iscritti nel registro degli indagati.

Chi è Alessia Pifferi

Alessia Pifferi è una donna a processo a Milano per omicidio pluriaggravato: è accusata di aver lasciato morire di stenti, nel luglio 2022, la figlia Diana di 18 mesi, abbandonandola in casa per 6 giorni.

Perché sono indagate le psicologhe di Alessia Pifferi

Stando a quanto riportato dall’agenzia ‘ANSA’, sono indagate per favoreggiamento e falso ideologico e sono state perquisite nella mattinata di mercoledì dalla Polizia penitenziaria le due psicologhe del carcere di San Vittore che hanno redatto una relazione, effettuando un test sul quoziente intellettivo, su Alessia Pifferi.

Alessia Pifferi.

Il pm Francesco De Tommasi aveva contestato la relazione basata sui colloqui avvenuti con le psicologhe: avrebbero fornito alla donna “una tesi alternativa difensiva“, un possibile vizio di mente, e l’avrebbero “manipolata“.

Una delle due psicologhe del carcere di San Vittore perquisite mercoledì mattina, lo scorso primo gennaio, avrebbe effettuato anche “un vero e proprio ‘interrogatorio‘ finalizzato ad acquisire informazioni sui test psicodiagnostici somministrati” ad Alessia Pifferi “nell’ambito della perizia” psichiatrica in corso e disposta dai giudici nel processo per l’omicidio della figlia Diana. Ciò si evince dal decreto di perquisizione, eseguito dalla Polizia penitenziaria, in cui, come riportato da ‘ANSA’, sono elencate le imputazioni di falso a carico delle due professioniste, anche indagate per favoreggiamento nella tranche dell’inchiesta.

Il primo gennaio, tra la psicologa e Alessia Pifferi, ci sarebbe stato non un “colloquio di monitoraggio”, ha scritto la Procura, ma anche una “tranquilla ‘chiacchierata tra amiche‘, conclusasi con uno scambio di baci e condita da risate e temi del tutto avulsi da qualsiasi problematica di natura mentale”.

Per l’accusa, avrebbero parlato anche delle “contestazioni sollevate dal pm in udienza” nei confronti delle stesse psicologhe e una delle due avrebbe suggerito in carcere a Pifferi la “tesi da sostenere” a difesa delle due professioniste.

Le perquisizioni a carico delle due psicologhe sono state disposte dalla Procura di Milano anche per verificare, oltre ai “rapporti tra le indagate” e Alessia Pifferi, “più in generale” la “gestione” anche di altre 4 detenute da parte delle stesse professioniste. Ciò risulta dal decreto di perquisizione firmato dal pm di Milano Francesco De Tommasi ed eseguito dalla Polizia penitenziaria, che in queste indagini ha redatto una informativa.

Il presunto falso ideologico, relativo al test di Alessia Pifferi, riguarda il “diario clinico” redatto dalle psicologhe. Avrebbero attestato con quel test una “scarsa comprensione delle relazioni di causa ed effetto e delle conseguenze delle proprie azioni” da parte della donna, mentre “il test psicodiagnostico di Wais al tal fine somministrato” non era “fruibile né utilizzabile a fini diagnostici e valutativi, in quanto non rispondente alle metodiche di somministrazione e documentazione previste dalla manualistica e dalle buone prassi di riferimento”.

Il pm ha poi spiegato che “gli esiti del test erano incompatibili con le caratteristiche psichiche effettive della detenuta, per come emergenti anche dagli stessi colloqui intercorsi in carcere tra la Pifferi e le due psicologhe, colloqui anch’essi falsamente annotati nel diario clinico, con riferimento ai presupposti del ‘monitoraggio’ a cui la Pifferi veniva sottoposta, in realtà inesistenti giacché la donna non era un soggetto a rischio di atti anticonservativi e si presentava lucida, orientata nel tempo e nello spazio, nel pieno possesso delle proprie facoltà mentali e determinata”.

Le due psicologhe, secondo l’accusa, non avrebbero effettuato, come dicevano, una attività “di assistenza piscologica in favore della detenuta (che non ne aveva bisogno), ma invero consistente nel discutere del procedimento penale a carico della Pifferi e qualificabile come vera e propria attività di consulenza difensiva, non rientrante” nelle loro “competenze” e “volta esclusivamente a creare, mediante false attestazioni circa lo stato mentale della detenuta e l’andamento e i contenuti dei colloqui, le condizioni per tentare di giustificare la somministrazione del test psicodiagnostico”. Tutto ciò sarebbe stato fatto per “fornire alla Pifferi, falsificando l’anzidetta diagnosi, una base documentale che le permettesse di richiedere e ottenere in giudizio, eventualmente con il filtro di un’ulteriore consulenza di parte, la tanto agognata perizia psichiatrica sulla di lei imputabilità”.

Perché è indagato l’avvocato di Alessia Pifferi

Assieme alle due psicologhe del carcere di San Vittore che si sono occupate del caso di Alessia Pifferi, ha reso noto ancora l’agenzia ‘ANSA’, risulta indagata per falso ideologico anche l’avvocato Alessia Pontenani, legale della donna accusata di aver lasciato morire di stenti la figlia Diana.

Secondo il pm Francesco De Tommasi, sarebbe stato attestato “falsamente” che la donna “aveva un quoziente intellettivo pari a 40 e quindi un ‘deficit grave'”, con un test non “utilizzabile a fini diagnostici e valutativi”.

Le due psicologhe avrebbero svolto, secondo quanto riferito dal pm, una “vera e propria attività di consulenza difensiva, non rientrante” nelle loro “competenze”.

Fonte foto: ANSA

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