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POLITICA ESTERA

COP27, risultati a metà: c'è il fondo per i paesi poveri. Europa delusa dalla riduzione delle emissioni

I risultati della conferenza COP27 deludono le aspettative europee: l'accordo sul clima è stato debole. Ma c'è l'ok ai rimborsi per i paesi poveri

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Mauro Di Gregorio

GIORNALISTA

Laurea in Scienze della Comunicazione all’Università di Palermo. Giornalista professionista dal 2006. Approdato a QuiFinanza e Virgilio Notizie dopo varie esperienze giornalistiche fra Palermo e Milano. Si interessa principalmente di cronaca, politica ed economia.

COP27, il meeting dei big a Sharm El-Sheikh, si conclude ai tempi supplementari sforando di oltre 30 ore la sua durata ufficiale. Con una scelta a sorpresa i potenti del mondo hanno deciso di prolungare di un giorno i lavori della conferenza sul clima, date le difficoltà riscontrate nel trovare un accordo. E infatti l’accordo è stato trovato, ma a metà.

Due, in particolare, i temi più ostici: l’ok alla costituzione di un fondo compensativo per i paesi maggiormente colpiti dal cambiamento climatico e la condanna netta e definitiva dei combustibili fossili.

L’ok al fondo compensativo c’è stato, ma sulle emissioni la strada resta in salita.

Il documento finale di COP27 salva l’obiettivo della precedente conferenza, COP26 di Glasgow, ovvero mantenere il riscaldamento globale entro 1.5 gradi dai livelli pre-industriali.

Nel documento si evidenzia l’importanza della transizione verso fonti rinnovabili e si esprime l’auspicio di eliminare i sussidi alle fonti fossili.

Si tratta di un documento da più parti giudicato debole, dal momento che si chiede solo la riduzione dell’utilizzo del carbone per la produzione di elettricità con emissioni non abbattute. Non se ne chiede dunque l’eliminazione.

Diversi paesi avevano richiesto l’eliminazione totale dell’utilizzo dei combustibili fossili o, quantomeno, una significativa riduzione.

Obiettivo 1.5 gradi Celsius

Parte delle trattative è ruotata attorno all’obiettivo di non innalzare la temperatura media globale di oltre 1.5 gradi Celsius rispetto all’epoca preindustriale. Ragionamenti alla base anche della COP26 di Glasgow.

Un innalzamento anche di pochi gradi, infatti, avrebbe un impatto sul clima, sui ghiacciai, sulla biodiversità e sulla vita umana.

L’obiettivo di 1.5 gradi, tuttavia, è stato fissato 7 anni fa, quando di anidride carbonica nell’aria ce n’era di meno.

Alla conferenza COP27 si è riconosciuto che per rispettare l’obiettivo di 1.5 gradi le emissioni vanno ridotte del 43% al 2030. Con i trend attuali però al 2030 si arriverebbe a tagliare le emissioni di appena lo 0.3%. Da qui l’invito a tutti gli stati di ridurre l’utilizzo di carbone.

Le premesse, d’altra parte, non erano buone: già prima che la conferenza iniziasse Alessandro Modiano, l’Inviato speciale italiano per il cambiamento climatico, aveva sintetizzato in un’analisi impietosa le premesse del meeting: “La COP27 di Sharm el-Sheikh deve salvaguardare gli obiettivi sul clima fissati alla COP26 di Glasgow. Già questo sarebbe un successo, perché al G20 abbiamo visto una forte propensione a fare marcia indietro”.

Così si era espresso Modiano nel corso di un recente webinar organizzato dal progetto ‘Ecco, think tank italiano per il clima’.

La delusione dell’Unione europea sul clima

Il capo delegazione dell’Unione europea, Frans Timmermans, ha espresso la sua delusione: “Accettiamo questo accordo con riluttanza. Gli amici sono veri amici solo se si dicono anche quello che l’altro non vorrebbe sentire”.

“Siamo orgogliosi di aver contribuito a risolvere il problema del Loss and damage, ma sulle riduzioni delle emissioni qui abbiamo perso una occasione e molto tempo, rispetto alla COP26 di Glasgow”.

“Da domani ci metteremo al lavoro per rimediare alla COP28 di Dubai. Siamo a 1.2 gradi di riscaldamento e abbiamo sentito in questi giorni quali effetti questo stia già provocando”.

“Ma la soluzione – ha concluso Timmermans – non è finanziare un fondo per rimediare ai danni, è investire le nostre risorse per ridurre drasticamente il rilascio di gas serra nell’atmosfera”.

Delusione sul clima anche da parte dell’Onu

Nella mattinata di domenica il Segretario generale dell’Onu Antonio Guterres ha espresso soddisfazione per l’istituzione del fondo compensativo, ma ha esternato la sua delusione per i risultati della COP27 in merito all’abbattimento delle emissioni: “Il nostro pianeta è ancora al pronto soccorso. Dobbiamo ridurre drasticamente le emissioni ora, e questo è un problema che COP27 non ha affrontato”.

Un’attivista per il clima manifesta a COP27.

Proprio nel giorno del debutto della Conferenza 2022 delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici l’Organizzazione Mondiale della Sanità aveva lanciato il suo monito: “Si prevede che, tra il 2030 e il 2050, il climate change provocherà circa 250mila morti in più all’anno per malnutrizione”, malattie come “malaria e diarrea” e “stress da caldo”.

Monito che non è bastato a rendere più incisivi gli accordi sul clima.

Il fondo Loss and damage

Loss and damage, letteralmente ‘perdita e danno’. È il nome del fondo compensativo che gli stati ricchi dovranno alimentare per rifondere i paesi in via di sviluppo dei danni causati dalla loro industrializzazione.

L’accordo sul fondo è stato uno dei nodi cruciali della conferenza COP27 di Sharm El-Sheikh e uno dei temi che hanno visto un dibattito più combattuto.

La presidenza egiziana guidata dal ministro degli Esteri Sameh Shoukry ha posto la questione dei rimborsi in cima ai temi da trattare, sia per la sua importanza intrinseca, sia per il valore simbolico dal momento che il meeting si è svolto in Africa.

Dalla COP27 emergerà un comitato al quale sarà affidato il compito di decidere quali sono i paesi economicamente deboli meritevoli di attingere alle risorse del fondo Loss and damage. Il comitato deciderà anche quali saranno i paesi che quel fondo dovranno riempirlo.

Il comitato riferirà l’anno prossimo alla COP28 di Dubai.

Negli ultimi giorni del meeting, le organizzazioni ambientaliste entrate in possesso di bozze preliminari avevano denunciato l’incapacità, o il disinteresse, dei governi occidentali sulle tematiche ambientali.

Difficile, infatti, per i paesi occidentali riuscire a conciliare investimenti miliardari e concessioni ai paesi emergenti in un post pandemia caratterizzato da inflazione e recessione e sul quale pesa l’ombra della guerra fra Russia e Ucraina.

Guerra che ha spostato di qualche grado l’asse dei traffici dall’Europa alla Cina e che ha innescato una crisi energetica e alimentare.

Nelle sue intenzioni, il capo delegazione dell’Unione europea, Frans Timmermans, aveva puntato a offrire i ristori solo a una selezione di paesi considerati “più vulnerabili”. Timmermans aveva sostenuto l’impossibilità di reperire le risorse necessarie per effettuare interventi negli oltre 100 paesi in via di sviluppo.

Le organizzazioni umanitarie a COP27

Oltre che per la timidezza dei governi occidentali sulle questioni climatiche, la COP27 di Sharm El-Sheikh passerà alla storia anche per il fatto di aver messo all’angolo la società civile.

Sharm El-Sheikh è stata militarizzata e le altre principali città hanno visto un aumento dei controlli. Il governo egiziano ha permesso le manifestazioni degli attivisti solo entro determinati spazi all’interno della cittadella di Sharm El-Sheikh.

Per tutta la durata del meeting le organizzazioni non governative hanno chiesto con forza di poter manifestare su tutto il territorio nazionale.

E non solo: fra le loro richieste anche l’abolizione delle leggi egiziane che consentono di sciogliere con la violenza le manifestazioni pacifiche e di arrestare in massa i partecipanti.

La stretta sulla società civile è uno dei motivi per i quali l’eco-attivista Greta Thunberg ha rifiutato di presentarsi a Sharm El-Sheikh. Negli ultimi tre anni la Thunberg si era presentata a COP24 in Polonia, alla COP25 in Cile e alla COP26 a Glasgow.
Greta Thunberg si è detta pronta, fra l’altro, a passare il testimone a qualcun altro.

Fonte foto: ANSA

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