NOTIZIE
POLITICA ESTERA

Perché la crisi in Sudan è legata anche alla guerra in Ucraina e ci riguarda da vicino: la situazione attuale

La crisi in Sudan: guerra civile o guerra per procura? La lotta tra Washington e Mosca si espande dalla guerra in Ucraina al continente africano

Pubblicato: Aggiornato:

Filippo Marani Tassinari

GIORNALISTA

Giornalista, redattore e ricercatore accademico con un background internazionale. Si occupa di attualità con un'attenzione rivolta soprattutto a temi di cultura, arte, geopolitica, cronaca.

Il Sudan èuna terra antica e piena di storia: lotta faticosamente per un futuro democratico, che però sembra più lontano che mai. La recentissima crisi è descrivibile come una faida tra le forze armate regolari, federe al dittatore Abdel Fattah Abdelrahman al-Burhan, e gli irregolari paramilitari delle Forze di Supporto Rapido (RFS). Uno scontro che, purtroppo, renderà impossibili le elezioni regolari nel Paese, previste proprio per il 2023. Ma la guerra non riguarda solo i sudanesi. Si tratta, infatti, dell’ennesimo teatro del “grande gioco” tra Washington e Mosca per contendersi lo scacchiere africano: oro, petrolio, mercenari. Attraverso i mercenari del gruppo Wagner, il Cremlino intende imporre governi antioccidentali sugli Stati africani, per contrastare l’egemonia di Washington e creare una coalizione anti-USA. Un esito che il Pentagono non si può permettere: da qui, la decisione di eradicare il Gruppo Wagner dall’intero continente. Come vedremo presto, la guerra in Sudan è, in realtà, un capitolo collaterale alla sanguinosa guerra in Ucraina.

Storia di due eserciti e tre generali

Perché il Sudan ha due eserciti? Per rispondere a questa domanda, abbiamo bisogno di un po’ di storia e un po’ di contesto. Da quanto il Sudan ha ottenuto l’indipendenza dal duplice dominato egiziano e britannico (1956), il sogno dei suoi cittadini è stato uno solo: un Governo democraticamente eletto e formato da civili.

Invece, la sua storia è un susseguirsi di giunte militari e sanguinose guerre intestine, che danno distrutto l’agricoltura della zona gettando i suoi abitanti nella fame.

Il generale Bashir fondò l’RSF per sterminare dissidenti, ribelli e manifestanti

Gli ultimi 30 anni del Paese sono stati dominati dalla figura del generale Omar Hasan Ahmad al-Bashīr. Sotto il suo Governo sono scoppiate continue ribellioni nelle aree occidentali e orientali del Sudan, ad opera di gruppi etnici che si sentivano marginalizzati dal Governo centrale.

Bashir si è reso conto che il suo esercito non era sufficientemente grande per gestire le insurrezioni: ha quindi assoldato come mercenari i Janjaweed, “diavoli a cavallo”, provenienti da tribù arabe nomadi o semi-nomadi, equipaggiati per la guerriglia e controguerriglia, ma impiegati soprattutto per operazioni di pulizia etnica. Anche (e soprattutto) contro semplici manifestanti. I Janjweed sarebbero, nel tempo, divenuti l’odierno RSF.

L’esercito regolare del Sudan (SDF) è rimasto comunque fondamentale. Di fatto, è l’unica istituzione stabile del Paese dalla sua nascita, e principale fonte della sua corruzione endemica. Mentre gran parte della popolazione assume meno di 500 calorie al giorno, durante il boom del petrolio Bashir lo riempì di nuovi “giocattoli”: caccia, mezzo migliaio di carri armati, 700 bocche di fuoco.

Due eserciti per il Sudan, dunque: uno più tradizionale e basato sulla potenza di fuoco, con aviazione e divisioni meccanizzate, l’altro più mobile, costituito da fanteria leggera e camion forniti di mitragliatrici.

Il primo conta 30 mila uomini e circa il doppio di riservisti; il secondo è ormai sulla soglia dei 100 mila. Entrambi autonomi, dotati di intelligence e organi separati, accomunati solo dall’incompetenza degli ufficiali.

Il generale Abdel Fattah Abdelrahman al-Burhan, capo del “Governo di transizione” transitato sempre di più verso il suo potere personale

Due staffe attraverso cui Bashir sperava di cavalcare il Paese. Ma nel 2019, dopo l’ennesima insurrezione popolare, il dittatore venne deposto da un coup. Il controllo delle Forze Armate – e dunque della nazione – passa al suo ex-collaboratore, il generale Burhan. Mohammed Dagalo, generale del RFS e sostenitore del golpe, viene immediatamente associato al potere.

Le origini della guerra: il Sudan tra Mosca e Washington

Il piano di pacificazione prevedeva elezioni nel 2023 (ora ovviamente rimandate indefinitamente), e lenta transizione verso un Governo civile. E soprattutto, l’integrazione del RSF nell’esercito regolare. Piano che a Dagalo, ovviamente, non piace per niente: significa, infatti, togliergli la base stessa del suo potere come signore della guerra.

Mohammed Hamdan Dagalo, leader del RSF, con l’iconico cappellino

Ma soprattutto, il suo indirizzo diplomatico è cambiato significativamente rispetto a quello del suo collega. Il Governo di Burhan, grazie alla mediazione saudita e a una notevole “operazione PR”, si è progressivamente avvicinato a USA e Occidente (al punto – critico per un Paese islamico – di riconoscere Israele). L’RSF ha invece mantenuto stretti contatti col Cremlino, e con il suo mandante in Africa: il gruppo Wagner di Evgenij Prigožin. Il futuro del conflitto deciderà dunque il posizionamento del Sudan nello scacchiere geopolitico globale.

Le mani della Wagner sull’Africa

Cosa c’entra Mosca con le guerre civili di un paese così lontano? A ben vedere, molto. L’RFS, nel corso delle sue campagne in Darfur, ha preso il controllo delle miniere d’oro della regione, contrabbandandone tonnellate proprio verso la Russia. Oro che ha dunque finanziato la “operazione speciale” in Ucraina.

Evgenij Prigožin, capo della PMC Wagner, e rappresentante del Cremlino in Africa

Ma c’è di più. L’RFS, per sua stessa natura, è un esercito mercenario: decine di migliaia di suoi uomini hanno servito per fazioni fedeli al Cremlino, come la Libia del generale Haftar. Il possesso del Sudan, significa, per mosca, avere accesso a materiale umano, petrolio, risorse.

Tasselli di un piano attraverso cui Mosca spera di espandere la propria egemonia nel continente. Non lo fa con l’esercito regolare, bensì con il gruppo Wagner, compagnia militare privata (PMC) guidata da Evgenij Prigožin, il “cuoco” di Putin e suo strettissimo confidente: esercito personale che arriva dove le istituzioni non possono. I wagneriti agiscono in molti paesi: Burkina Faso, Congo, Repubblica Centrafricana, con alterne fortune. Lo schema è sempre lo stesso: soffiare sul fuoco dei sentimenti antiamericani, supportare dittatori fedeli, armare e addestrare ribelli contro l’Occidente.

Solo di recente gli USA hanno compreso la dimensione del problema, e da qualche anno, lo contrastano riaccendendo vecchie alleanze. Il proclama è chiaro: sradicare la Wagner dall’Africa. Ma l’odio contro l’America è profondo ovunque nel continente, e mercenari Wagner lo sanno benissimo.

Il colpo di Stato e le guerre del futuro

Dunque, dalle parole ai fatti. I russi, per mano di Prigožin, devono aver fatto capire a Dagalo che il suo futuro, in un Sudan retto da un Governo civile, sarebbe stato fosco: niente più proventi colossali dalle miniere, niente più milizia privata, niente più proficua tratta di esseri umani. Prospettano, invece, un Sudan con lui come unico padrone, e gli danno gli strumenti per prenderselo.

Tramite i suoi alleati in Libia (la fazione di Haftar) e la Siria, la Wagner ha già infiltrato nel Paese MANPADS (armi antiaeree portatili), caccia e munizioni. I suoi professionisti addestrano gli irregolari di Dangalo da decenni. Arrivano sistemi anticarro anche dall’Iran.

Scoppia la battaglia: la capitale Khartum è terreno di scontro, con il labile cessate-il-fuoco di 72 ore per garantire ai diplomatici occidentali di andarsene, sotto la copertura area USA. Gli scontri hanno esito incerto: le forze governative sembrano in vantaggio nella capitale, ma i golpisti hanno roccaforti ovunque nel Paese. Si prospetta l’inizio di una lunga guerra. Lo sviluppo dipenderà da quanto l’RSF riuscirà a danneggiare aeroporti e aviazioni nemica: la supremazia aerea è un grosso vantaggio nel deserto.

Perché la Russia si impegna in azioni del genere, quando già il suo esercito si dissangua nelle steppe dell’Ucraina? Una strategia chiara: aprire altri fronti, costringere gli USA a deviare risorse da Kiev e – a lungo termine – acquisire un alleato stabile che possa sostenere futuri sforzi diplomatici.

Un’immagine, dunque, della guerra del futuro: non più grandi scontri tra grandi potenze (la pax atomica li rende impossibili), ma coup militari e conflitti per procura, che assumono sempre maggiormente una dimensione globale.

Intanto, anche Burhan festeggia: la nuova guerra civile gli ha dato l’assist per annullare le elezioni. In caso di vittoria, il suo potere sarà ulteriormente rafforzato. SDF o RFS, Mosca o Washington, poco cambia: la democrazia civile resterà per i sudanesi un sogno ancora molto lontano.

Fonte foto: ANSA

© Italiaonline S.p.A. 2024Direzione e coordinamento di Libero Acquisition S.á r.l.P. IVA 03970540963