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Macron vuole inviare soldati Nato in Ucraina, ma i militari sono sempre meno: intervista al generale Li Gobbi

Emmanuel Macron torna a proporre l’invio di soldati Nato in Ucraina, ma gli eserciti europei si assottigliano: la previsione del generale per l'Italia

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Eleonora Lorusso

GIORNALISTA

Giornalista professionista dal 2001, ha esperienze in radio, tv, giornali e periodici nazionali. Conduce l’annuale Festival internazionale della Geopolitica europea. Su Virgilio Notizie si occupa di approfondimenti e interviste, in particolare su Salute, Esteri e Politica.

L’Europa continua a sostenere l’Ucraina, ma da giorni si discute sul come. Il Consiglio Ue ha deciso di aumentare il Fondo europeo per la pace (EPF) di 5 miliardi di euro e di destinare questa integrazione a Kiev, istituendo un apposito Fondo di assistenza all’Ucraina (UAF) all’interno dell’EPF. Ma da giorni tiene banco la proposta-provocazione del presidente francese, Emmanuel Macron, sull’invio di soldati NATO nel Paese in guerra da due anni con la Russia di Vladimir Putin. La previsione del generale Antonio Li Gobbi (già Capo Reparto Operazioni del Comando Operativo di Vertice Interforze (COI), Direttore delle Operazioni presso lo Stato Maggiore Internazionale della NATO a Bruxelles) nell’intervista concessa  a Virgilio Notizie.

I costi umani della guerra Ucraina-Russia

Se la maggior parte delle cancellerie ha preso le distanze dalle parole di Macron, dagli Usa è stato il Wall Street Journal a scrivere che Kiev “deve scegliere se perdere territori o vite umane”.

Secondo i dati della BBC di gennaio, dopo due anni di guerra si contano tra i 60 mila e 70 mila militari ucraini morti e 170 mila feriti.

Volodymyr Zelensky ed Emmanuel Macron in uno scatto del febbraio 2024

Ad oggi Volodymyr Zelensky ha circa 500 mila soldati, la metà di quelli su cui può contare Vladimir Putin.

Il problema dei soldati in Europa

Da qui l’esigenza di un supporto che non si limiti, secondo l’Eliseo, all’invio di mezzi. Ma la stessa Francia fa i conti con carenze di organico tra le proprie divise. Un problema che c’è in “tutte le democrazie che hanno eserciti professionali senza coscrizione, nelle riunioni Nato ne parliamo spesso”, ha dichiarato il ministro della Difesa francese Sebastien Lecornu, nel presentare un piano di “ritenzione dei talenti” militari.

Lo stesso problema interessa la Germania: secondo Politico, lo scorso anno ci sono state 1.500 defezioni.

Mentre nel Regno Unito ci si affida a contractors privati per far fronte a un deficit di oltre 1.000 militari all’anno.

In Danimarca, invece, è stata annunciata la leva obbligatoria, anche femminile, sulla scia di quanto già deciso anche in Norvegia e Svezia.

L’intervista al generale Antonio Li Gobbi

Com’è la situazione in Italia? Potrebbe tornare la coscrizione? L’intervista concessa a Virgilio Notizie dal generale Antonio Li Gobbi, già Capo Reparto Operazioni del Comando Operativo di Vertice Interforze (COI), Direttore delle Operazioni presso lo Stato Maggiore Internazionale della NATO a Bruxelles.

I dati parlano chiaro: i Paesi europei hanno a che fare con carenze d’organico tra le proprie forze armate. Perché?

“Intanto credo sia difficile generalizzare perché ogni Paese ha una propria situazione che dipende da tradizioni, percezioni nazionali, mercato del lavoro e normative. Usa e Regno Unito, per esempio, hanno una tradizione eminentemente ed esclusivamente di esercito di professionisti, insieme a modelli retributivi, di avanzamento di carriera molto differenti rispetto a quelli europei in generale. Anche la Francia ha tradizionalmente avuto una notevole componente professionale. Ma le esigenze sono altrettanto differenti”.

I Paesi del Nord Europa sembrano voler reagire di fronte a una potenziale minaccia russa…

“L’Italia ha una collocazione geografica diversa: non siamo in prima linea come poteva essere prima degli anni ’90, quando condividevamo parte della frontiera con la ex Jugoslavia che, pur non aderendo al patto di Varsavia, rappresentava una potenziale minaccia. Oggi le nostre esigenze di sicurezza riguardano soprattutto il Mediterraneo e il Mar Rosso, insieme al Medio Oriente, il Nord Africa e il Corno d’Africa”.

Ma siamo a corto di organico? Potrebbe essere ipotizzabile un ritorno alla leva obbligatoria per incrementare i numeri?

“Non credo sia utile, per molti motivi. La legge Di Paola del 2012 prevedeva in modello che in parte va rivisto: si voleva ridurre la quantità di militari a favore della qualità, ma oggi vediamo che la quantità è diminuita senza però aver proporzionalmente riguadagnato in qualità. Sicuramente si dovrebbero incrementare i numeri, ma salvaguardando quei livelli di professionalità del combattente che la coscrizione obbligatoria – con durata della leva che verosimilmente sarebbe inferiore ai 12 mesi – non può garantire. Aumentare le unità, ma non con la cosiddetta truppa. In passato, quando c’era la leva, ad esempio anche in Marina, questo personale era impiegato soprattutto come supporto a terra, più che a bordo delle navi da guerra. Oggi servono soprattutto professionisti.Forse si potrebbe intervenire sui prepensionamenti e soprattutto facilitando il transito del personale meno giovane verso altre amministrazioni o altri sbocchi occupazionali, per dare più spazio al personale più giovane, modificando, però, anche il tipo di impiego. Insomma, se serve un tot numero di assaltatori quando questi si avvicinano ai 40 anni occorre impiegarli diversamente e non sempre ciò può essere funzionale cercando altri impieghi solo in ambito militare. Sarebbe pertanto auspicabile l’adozione di provvedimenti che consentano a chi ha servito un certo numero di anni nelle forze armate di entrare con automatismo e senza penalizzazioni nel mondo del lavoro civile, ma immagino gli scudi alzati di alcuni sindacati”.

Si può migliorare l’efficacia con mansioni differenti?

“Senz’altro, dal momento che oggi anche l’esercito, ad esempio, è utilizzato per compiti che non sono propri, come l’Operazione Strade Sicure, che dal 2008 impiega oltre 5 mila uomini, con punte di 7 mila, in funzioni di ‘aiuto poliziotto’. Di fatto si tratta di personale distaccato dalle proprie mansioni, che non può addestrarsi e prepararsi per le attribuzioni del proprio incarico militare, cosa particolarmente grave per i reparti a più alta specializzazione. Invece può risultare utile, specie d’estate, per far fronte alle esigenze di turnazione anche della polizia nel periodo di ferie. Visto che sono più di 15 anni che va avanti, e quindi non è certo una emergenza, sarebbe più utile e funzionale assumere nuovi agenti”.

Uno dei problemi all’estero riguarda le retribuzioni tanto che Polonia si è annunciato l’aumento del 20%, passando dai 1.150 euro mensili di paga di partenza a circa 1.390. Anche Parigi punta su incentivi retributivi e in termini di benefit come bonus pensionistici integrativi, agevolazioni per la casa, servizi all’infanzia e leggi che permettano il ricongiungimento familiare in caso di coppie di militari. Questi rappresentano delle criticità anche in Italia?

“Noi abbiamo già la legge 100 del 1987, ma ciò che manca o che costituisce una delle maggiori differenze rispetto ad altri Paesi, specie anglosassoni, è la mancanza di una comunità militare vera e propria, che invece si ritrova nelle basi Usa dove ci sono alloggi, scuole e servizi per le famiglie militari. Da noi non esiste un equivalente. Ma un altro problema riguarda anche l’aspetto legislativo in proposte come quella di una Riserva di volontari, avanzata dal ministro della Difesa, Guido Crosetto”.

Potrebbe essere utile la riserva di 10 mila uomini da aggiungere alle forze armate regolari?

“Sì, se la si intende come riserva selezionata, di tecnici che possono integrarsi in creare unità operative di combattimento, ma è importante prevedere una legislazione che consenta da un lato di richiamare regolarmente queste persone per addestrarle, direi idealmente con frequenza annuale o biennale, e non dopo magari vari 5 anni, nei quali hanno dimenticato tutto, e di integrarle nelle unità. Dall’altro che consenta loro un ritorno alle occupazioni civili senza essere danneggiate economicamente. Tutto ciò richiede investimenti e leggi”.

Niente mini-leva come più volte ipotizzato da Matteo Salvini, quindi?

“Intanto se si dovesse fare oggi dovrebbe essere per tutti, uomini e donne. Ma non credo, comunque, che ci si possa permettere di mantenere queste persone per periodi sufficiente lunghi per farne dei buoni soldati. Potrebbero essere chiamati per altri impieghi di Protezione civile, come per esempio per montare ospedali da campo. Oppure, in caso di conflitti, come supporto logistico dalla madrepatria, un po’ come fece la Regina Elisabetta durante la guerra quando era sottotenente dei trasporti. Ma comporterebbe la creazione di una struttura di reclutamento e addestramento con costi enormi che non possono essere a carico delle forze armate”.

Tornando all’Ucraina e agli aiuti europei, Bruxelles sarebbe pronta a utilizzare i proventi degli asset congelati della Russia (200 miliardi) per acquistare armi da inviare a Kiev, pari a circa 3 miliardi di euro all’anno. Cosa ne pensa?

“È un’opzione da valutare con attenzione, richiede una valutazione giuridica per capire se sia corretto secondo il diritto internazionale o utile in termini di credibilità internazionale: un investitore internazionale potrebbe essere disincentivato all’idea di vedersi congelare interessi per questioni non dipendenti da lui in prima persona, ma dal suo governo. Sicuramente il dibattito su come sostenere l’Ucraina è centrale dal momento che la situazione è critica”.

Fonte foto: LinkedIn / ANSA

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