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Spunta un nuovo testimone nel delitto di via Poma: "Il capo di Simonetta Cesaroni abusò di mia sorella"

Le dichiarazioni di un testimone potrebbero ribaltare le indagini sul delitto di via Poma. Cosa accadde prima dell'omicidio di Simonetta Cesaroni

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Luca Mastinu

GIORNALISTA

Giornalista pubblicista, scrive di cronaca nera e attualità. Muove i primi passi nel fact checking per poi appassionarsi al mondo dell'informazione. Collabora con altre testate e siti web, esperto di musica.

Un dettaglio inquietante si aggiunge al delitto di via Poma, il giallo della morte di Simonetta Cesaroni che fino al 2023 non ha un colpevole. La testimonianza di un uomo rilasciata nella puntata di ‘Quarto Grado’ andata in onda venerdì 22 dicembre aggiunge una nuova sfumatura sia nello scenario del delitto che nella figura di Francesco Caracciolo, datore di lavoro di Simonetta Cesaroni all’epoca dei fatti. Si parla di presunti abusi sessuali.

Delitto di via Poma, un testimone accusa Caracciolo

Come detto in apertura, durante la puntata di ‘Quarto Grado’ andata in onda venerdì 22 dicembre è stata trasmessa la testimonianza di un uomo che ha parlato di presunti abusi sessuali subiti dalla sorella da parte di Francesco Caracciolo.

Le sue parole: “Piangeva, piangeva disperata. Le aveva messo le mani addosso e le aveva detto che se l’avesse raccontato avrebbe cacciato via i miei“.

I fatti sarebbero avvenuti almeno un paio di mesi prima di quel maledetto 7 agosto 1990, quando fu uccisa Simonetta Cesaroni. La sorella del testimone, diplomata in Ragioneria, era stata chiamata da Caracciolo per un lavoro con dei faldoni e nel suo studio e presso la sua abitazione.

La ragazza non fece mai parola con i genitori dell’accaduto, in quanto Caracciolo “la minacciò che se avesse parlato avrebbe licenziato i miei genitori, che lavoravano per lui”.

Il testimone ascoltato in Procura

Il testimone e la sorella sarebbero stati ascoltati in Procura, la quale potrebbe aver aperto un fascicolo.

Come ricorda il giornalista e scrittore Igor Patruno, autore del libro ‘Il delitto di via Poma trent’anni dopo’, contro Caracciolo non esistono prove e i test del Dna eseguiti sulla scena del delitto non hanno prodotto risultati che collocherebbero l’avvocato nella stanza in cui fu uccisa Simonetta Cesaroni il 7 agosto 1990.

Il ruolo di Caracciolo nella vicenda

All’epoca dei fatti Francesco Caracciolo di Sarno era presidente dell’Associazione Italiana Alberghi della Gioventù (AIAG) con sede in via Poma 2, nel quartiere della Vittoria di Roma.

Simonetta Cesaroni vi lavorava come contabile il martedì e il giovedì dalle 15:30 alle 19:30. Dopo l’omicidio, Caracciolo aveva dichiarato di essere partito dalla sua abitazione in campagna per accompagnare la figlia e alcune amiche all’aeroporto di Fiumicino, dunque di non trovarsi nei pressi della palazzina presso la quale si era consumata la tragedia.

L’omicidio di Simonetta Cesaroni

Il 7 agosto 1990 Simonetta Cesaroni si recò in via Poma 2 per il suo turno di lavoro come contabile presso gli uffici dell’AIAG. Una volta scattato l’orario nel quale era solita fare ritorno a casa nel quartiere don Bosco, sua sorella Paola partì con le ricerche e si recò presso l’abitazione di Salvatore Volponi, datore di lavoro di Simonetta, per chiedere il numero di telefono degli uffici di via Poma.

Volponi non conosceva quel numero, per questo si portò in via Poma insieme al figlio Luca, Paola Cesaroni e al fidanzato di quest’ultima, Antonello Barone. Alle 23:30 i quattro riuscirono ad entrare nell’appartamento di via Poma in cui l’AIAG aveva sede con le chiavi della moglie del portiere Pietrino Vanacore, e fecero la tragica scoperta.

Simonetta Cesaroni giaceva seminuda sul pavimento di una stanza, massacrata con 29 coltellate. Per il suo omicidio fu arrestato il portiere Vanacore, che nell’ora in cui si sarebbe consumato il delitto non si trovava nel cortile insieme agli altri portieri. Pietrino Vanacore si fece 29 giorni di carcere per poi essere liberato per insufficienza di prove.

Nel mirino degli inquirenti finì anche Federico Valle, rampollo della famiglia Valle il cui nonno Cesare, progettista della palazzina, era residente nello stesso stabile. Ad accusarlo fu un austriaco di nome Roland Voller che riferì agli inquirenti di aver ricevuto confidenze dalla madre di Federico Valle, che gli avrebbe riferito che proprio il figlio avrebbe ucciso Simonetta Cesaroni perché mal sopportava la presunta relazione tra suo padre e la ragazza. La madre di Federico Valle smentì le parole di Voller, che non fornì le prove delle sue affermazioni.

Infine fu rinviato a giudizio Raniero Busco, fidanzato di Simonetta Cesaroni all’epoca, poi assolto per non aver commesso il fatto. Il 9 marzo 2010 si suicidò Pietro Vanacore, che qualche giorno dopo avrebbe dovuto testimoniare nel processo contro Raniero Busco.

L’avvocato dell’ex fidanzato di Simonetta Cesaroni dichiarò: “La morte di Vanacore è troppo vicina alla scadenza processuale per non essere collegata. E sicuramente lui non se l’è sentita di testimoniare. Lui ha vissuto con rimorso sulla coscienza questa storia, e non perché lui fosse l’autore dell’omicidio, ma perché sapeva chi fosse il vero colpevole“.

Nel 2023 di un vero colpevole nel delitto di via Poma non vi è ancora traccia.

Fonte foto: ANSA

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