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Quando finirà la pandemia? Le ipotesi su Omicron: come un raffreddore? Quanto spesso ci vaccineremo in futuro

Cosa dicono gli studi e la versione degli esperti su Omicron: il Covid sarà come un raffreddore? Quanto spesso dovremo recarci agli hub

Di: VirgilioNotizie | Pubblicato:

A questo punto della pandemia, un’affermazione del genere non dovrebbe sorprendere nessuno: il Covid si è rivelato una sfida imprevista, non soltanto nel suo essersi manifestata, ma anche nel modo in cui si è evoluta.

I vaccini, anche durante la quarta ondata, restano la principale arma a nostra disposizione per combattere il coronavirus. Eppure la loro efficacia è stata parzialmente compromessa dall’emersione di nuove varianti.

Si dice “parzialmente” perché, lì dove 2 dosi risultano insufficienti contro Omicron, un “booster” (quindi una terza iniezione) ha dimostrato di portare gli anticorpi a un livello adatto a fronteggiare il ceppo di 32 mutazioni individuato per la prima volta in Sudafrica.

Per tornare alle varianti, gli esperti si sono meravigliati della capacità del Covid di incrementare il proprio grado di trasmissività.

Quanto è contagiosa Omicron, rispetto alle altre varianti e al ceppo originario di Wuhan

In termini numerici: il ceppo originario di Wuhan aveva un indice di replicazione, direttamente proporzionale alla contagiosità del virus, di 2 o 3. La variante Alfa, scoperta in Gran Bretagna nel settembre 2020, corrispondeva a un indice di replicazione di 3,5 – 4, quindi maggiore.

La variante Gamma (identificata in Sudafrica nel maggio 2020) e quella Beta (identificata in Brasile nel novembre dello stesso anno) hanno presentato, rispettivamente, 8 e 10 mutazioni sulla spike, la “chiave di ingresso” necessaria affinché il coronavirus infetti le cellule del corpo umano.

Il numero di mutazioni (13) risulta ancora maggiore nella variante Delta, individuata in India a ottobre 2020, mentre Omicron, probabilmente originatasi in Botswana secondo, gli scienziati che l’hanno individuata in novembre, è quella più contagiosa, e fa un balzo dalle 13 mutazioni della precedente variante prevalente alle 32.

Pazienti e medici in terapia intensiva.

Tempi di incubazione di Omicron, perché significano una più rapida circolazione del virus

Un altro parametro che va osservato sono i tempi di incubazione: se nel virus originale corrispondeva a 5 o 7 giorni, nel caso di Omicron risulta più che dimezzato e pari a soli 3 giorni.

Significa che Omicron può “generare un gran numero di infezioni” a stretto giro, scrive Giovanni Rezza, epidemiologo e direttore della prevenzione sanitaria del ministero della Salute, su Il Corriere della Sera.

Nello stesso articolo, l’esperto si chiede se Omicron non rappresenti “l’inizio della fine della pandemia”.

Quando finirà la pandemia? La risposta di Rezza del ministero della Salute

“È presto per dirlo”, è la risposta di Rezza alla domanda su quando finirà la pandemia. Guardando al passato, un paragone possibile potrebbe essere quello con la pandemia dell’influenza cosiddetta “Spagnola”, che si diffuse a partire dal 1918 in tre ondate, di cui la prima e la terza risultarono meno catastrofiche della seconda, caratterizzata da “un’alta frequenza di polmoniti, che spesso colpivano anche persone di giovane età, e determinarono un’elevata mortalità”.

“Se la storia si ripetesse sempre con le stesse modalità, pur coscienti della attuale minaccia alla sanità pubblica portata da Omicron, guarderemmo comunque al futuro con un cauto ottimismo”, è la conclusione di Rezza, che tra l’altro considera improbabile l’emersione di un’ennesima variante in grado di diffondersi in una maniera più rapida rispetto a Omicron.

Secondo l’epidemiologo, sia i vaccini, sia le pregresse infezioni contribuirebbero alla attenuazione dei sintomi e all’immunità della popolazione.

Omicron e fine del Covid, la versione del politologo Yascha Mounk

Le parole di Rezza possono essere avvicinate a quelle di Yascha Mounk, che sulla rivista statunitense The Atlantic ha firmato un articolo dal titolo “Omicron segna l’inizio della fine”, in cui ha sostenuto che i governi siano passati da un approccio che mira ad appiattire la curva dei contagi alla scelta di mettere in campo una serie di misure di adattamento alla crisi in atto.

“Ci sono due modi in cui (la pandemia, ndr) potrebbe finire nel 2022 – spiegava il politologo in un’intervista al Corriere della Sera – il primo è (…) scoprire che Omicron non fa ammalare in modo grave la netta maggioranza delle persone e che l’esposizione a questa variante, se vaccinati, protegge da ceppi futuri”.

“Il secondo modo – continuava – è sociale (…): consiste nel dire che ci siamo abituati al fatto che la nostra vita implicherà più rischi nel 2022 rispetto al 2019, ma collettivamente e individualmente scegliamo che vivere in modo più normale valga la pena di correre quei rischi”.

Omicron come un raffreddore, è un paragone sensato? Quanto durerà l’immunità della terza dose

Un esito leggermente diverso è quello ipotizzato su The Guardian dal professor Martin Hibberd, della London School of Hygiene and Tropical Medicine. Secondo Hibberd, il Covid è simile ai virus del raffreddore. “Il motivo per cui abbiamo il raffreddore in inverno è perché la nostra immunità ai coronavirus non dura molto a lungo”.

E quindi “potremmo ancora avere bisogno di pensare a somministrare vaccini per proteggerci dal Covid-19 ogni anno, perché l’immunità svanirà sempre”.

Cosa ha detto Bassetti sui vaccini dopo il booster e quanto spesso dovremo vaccinarci in futuro

È un ragionamento non molto diverso da quanto sostenuto da Matteo Bassetti, direttore Malattie Infettive S. Matteo di Genova, su Rai Tre: “A livello organizzativo per il futuro non è possibile aprire e chiudere gli hub vaccinali – ha dichiarato – gli hub vaccinali devono rimanere aperti almeno per i prossimi 2 anni. Perché qui è evidente che potrà succedere che dovremo vaccinarci una volta ogni sei mesi”.

Per tornare all’articolo del quotidiano inglese The Guardian, dal titolo “Omicron, cupo anno nuovo o inizio della fine per la pandemia”, in esso si citano studi recenti condotti in Scozia, in Inghilterra e in Sudafrica in cui effettivamente si allude alla perdita di potere, da parte del virus, di causare malattie gravi.

“La mia sensazione è che questa variante sia il primo passo in un processo mediante il quale il virus si adatta alla popolazione umana per produrre sintomi più benigni”, ha detto al quotidiano il dottor Julian Tang, professore di Scienze respiratorie all’Università di Leicester.

Nell’incertezza generale, vale comunque la pena sottolineare un aspetto che ci aiuta a iniziare l’anno nuovo con maggiore fiducia: qualunque sia l’esperto o lo studio di riferimento, uno scenario come quello del marzo 2020, quando non c’erano i vaccini e il Covid causava un numero più grande di morti, è da ritenere meno probabile rispetta una fase ventura di adattamento e convivenza, in cui i vaccini sono pur sempre un elemento persistente.

Fonte foto: ANSA
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