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Coronavirus, 38enne Codogno non era "paziente 1"? Nuova ipotesi

La task force composta da epidemiologi sta cercando di ricostruire le tappe dei focolai di coronavirus in Lombardia e Veneto

Di: VirgilioNotizie | Pubblicato il:

La task force composta da epidemiologi, ricercatori, forze dell’ordine e inquirenti a Milano sta cercando di ricostruire le tappe del focolaio di coronavirus di Codogno, dove si è registrato il caso del 38enne ritenuto finora il “paziente 1” dell’epidemia nelle zone rosse. Secondo quanto riporta La Repubblica, gli scienziati sono prossimi a individuare anche il collegamento tra il focolaio lombardo e quello veneto, grazie alla genetica.

Resta tuttavia un mistero l’identità del “paziente zero”, e viene messo in discussione anche il ruolo giocato dal presunto “paziente 1” nella vicenda.

Stando a quanto ricostruito, il 38enne avrebbe portato il coronavirus all’ospedale di Codogno e tra le persone che sono venute a contatto con lui. Ma dopo il diffondersi del virus nei diversi comuni della regione, i sanitari hanno riscontrato che decine di pazienti, fin da metà gennaio, “sono stati colpiti da strane polmoniti, febbri altissime e sindromi influenzali associate a inspiegabili complicanze”.

Alberto Gandolfi, medico di base in quarantena a Codogno, ha riferito alla Repubblica: “Eravamo tutti convinti che quelle polmoniti fossero favorite da freddo e assenza di pioggia. Rivelate dalle lastre, sono state curate con i consueti antibiotici”.

Con l’isolamento del ceppo italiano, le tracce di anticorpi contro il Covid-19 presenti nelle persone che hanno contratto le “strane” polmoniti sono state confrontate geneticamente tra loro. Ne è emersa una rete di relazioni e contatti che gli stessi contagiati non ricorderebbero.

Uno dei ricercatori ha dichiarato: “Tra giovedì 20 e lunedì 24 febbraio siamo improvvisamente passati da zero a oltre 200 casi di coronavirus tra 50mila persone di un unico territorio. Effetto di tamponi fatti a tappeto, ma una simile accelerazione non ha precedenti nemmeno in Cina e non trova riscontri nei tempi d’incubazione del Covid-19″.

Per tale motivo si sospetta dunque che il virus si sia diffuso in maniera silenziosa da prima; un’ipotesi che modificherebbe la posizione del 38enne, scardinandolo dal ruolo di “paziente 1”.

Caso “paziente 1”, l’idea dell’epidemiologo

Un’ipotesi che, secondo l’epidemiologo Gianni Rezza dell’Istituto Superiore di Sanità “non si può escludere, anche se al momento non abbiamo dati precisi sulle polmoniti nella zona”.

È molto probabile, se non quasi sicuro, per Rezza, che il virus abbia iniziato a circolare nella zona già a gennaio: “Se consideriamo che il primo caso è stato identificato il 21 febbraio, una settimana dopo i primi sintomi, e che c’è un tempo di incubazione di circa 2 settimane, dobbiamo tornare indietro di tre settimane e retrodatare l’inizio della circolazione del virus a gennaio”.

Per Rezza, a questo punto, sarebbe impossibile risalire “al paziente zero, ormai bisogna contenere l’epidemia”.

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