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Vaccini, tra monodose e Sputnik: i dubbi della Fondazione Gimbe

Il presidente di Fondazione Gimbe, Nino Cartabellotta, ha spiegato perché le somministrazioni monodose (e il vaccino Sputnik) non sono ancora sicure

Zone a colori e piano vaccinale. Sono questi due, ormai, i macro-temi del dibattito politico e sanitario su cui è intervenuto anche Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione Gimbe, ai microfoni della trasmissione di Radio Cusano Campus. L’esperto si è soffermato sul sistema dei colori delle regioni, ma soprattutto sullo scenario vaccinale: dallo Sputnik russo all’ipotesi delle monodosi.

Vaccini, tra monodose e Sputnik: i dubbi della fondazione Gimbe

Nino Cartabellotta ha spiegato che l’Italia sta avendo un problema relativo alle dosi. Le cause del rallentamento, secondo lui, sono dovute non solo alle aziende, ma anche da “stime irrealistiche del piano vaccinale inziale“.

Al momento è stato consegnato il 37% delle dosi e “se anche ora arrivassero tutte insieme il sistema farebbe comunque fatica a somministrarle tutte: 300 mila vaccinazioni al giorno sono al momento irrealistiche“.

Se da un lato l’Italia ha vaccinato il personale medico abbastanza velocemente, il timore di Cartabellotta è che con il resto della popolazione “non sarà così facile. Solo il 3% degli ultra 80enni, ad oggi, ha completato il ciclo vaccinale”. Le tempistiche purtroppo sono diverse da regione a regione.

Per quel che riguarda il vaccino russo Sputnik, il presidente della Fondazione Gimbe ha spiegato che il problema di fondo è che Sputnik “non ha mai presentato la domanda di autorizzazione all’Ema, né ha autorizzato l’Ema all’ispezione degli impianti di produzione. L’Italia potrebbe decidere di sganciarsi dall’Ue e approvarlo direttamente come Aifa, ma questo non verrebbe ben visto dall’Ue”.

Infine, sull’ipotesi di somministrazione di una sola dose ritardando la seconda, per Cartabellotta “si tratta di un azzardo: in Israele e Regno Unito sembra ci siano già risultati, ma servirebbe comunque una modifica del bugiardino da parte delle aziende produttrici. Anche perché questi studi sperimentali di Israele e Regno Unito sono ancora in fase di studio”.

Covid e zone a colori: cosa funziona e cosa no

Sulla divisione in aree di rischio, invece, Cartabellotta ha riconosciuto che abbia funzionato perché ha effettivamente ridotto la circolazione del virus e l’impatto su ospedali e terapie intensive.

Il problema è che “queste riduzioni sono avvenute in un periodo molto lungo, in quasi tre mesi di stop&go”.

La soluzione, secondo lui, è agire subito: “Le misure devono essere il più tempestive possibile, perché quando il virus comincia a circolare di più i casi raddoppiano nel giro di poco tempo”

“Appena si vede un’accelerazione, visto che le varianti nel giro di poco tempo incrementano i casi, bisogna chiudere subito per evitare che da un comune il contagio si sposti alla regione e poi fuori regione”, ha sottolineato.

Il pericolo è che i casi aumentino in maniera clamorosa: “Se c’è un ritardo medio di 10 giorni – ha concluso – in quei 10 giorni i casi possono aumentare anche del 60%“.

VirgilioNotizie | 01-03-2021 13:06

Cosa si sa oggi sui vaccini Pfizer, Moderna, Astrazeneca, Sputnik Fonte foto: ANSA
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