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I segreti del Coronavirus, no del governo sui verbali: il ricorso

Il ricorso del governo contro la sentenza del Tar del Lazio che dispone di rendere pubblici i verbali del Cts

Il governo vuole mantenere segreti i verbali sulle attività del Comitato tecnico scientifico, prodotti in questi mesi di emergenza coronavirus. E per questo ha fatto ricorso al Consiglio di Stato contro una sentenza del Tar che invece aveva disposto che gli atti fossero resi pubblici, come riportato da Repubblica.

Coronavirus, verbali del Cts secretati: il caso

Il caso era stato sollevato da tre avvocati della Fondazione Einaudi di Roma, Rocco Mauro Todero, Andrea Pruiti Ciarello e Enzo Palumbo, che ad aprile avevano fatto ricorso al tribunale amministrativo regionale del Lazio contro il rifiuto di rendere pubblica la documentazione del Cts.

Il presupposto al ricorso è che avendo i Dpcm, emanati durante il lockdown dalla presidenza del Consiglio, limitato diritti e libertà di rango costituzionale alla cittadinanza italiana, sarebbe lecito conoscere le valutazioni tecnico scientifiche alla base di queste misure di restrizione. Criteri contenuti nei verbali, i quali nonostante siano citati in tutti i Dpcm a giustificazione di quegli atti, non sono mai stati pubblicati da Palazzo Chigi.

Cornavirus, la sentenza del Tar sui verbali secretati del Cts

Il Tar del Lazio aveva accolto l’istanza dei tre avocati e il 22 luglio scorso aveva stabilito che i documenti fossero resi pubblici entro 30 giorni, ma il governo, attraverso il dipartimento della Protezione civile, ha dato mandato all’avvocatura dello Stato per ricorrere contro la sentenza, tramite una domanda di sospensione cautelare della sentenza di primo grado.

“I dpcm, oggetto dell’odierno contenzioso sono atti amministrativi generali, frutto di attività ampiamente discrezionale ed espressione di scelte politiche da parte del Governo – si legge nelle motivazioni dell’appello dell’avvocatura di Stato –  che trovano la propria fonte giuridica nella delega espressamente conferita dal legislatore all’esecutivo in un atto avente forza di legge, ovvero, in particolare dapprima nell’articolo 3 del decreto legge 6/2020, convertito con Legge numero 13/2020 e, poi, nell’articolo 2 del decreto legge 19/2020, convertito con legge  35/2020, e rinvengono la propria ragione nell’esigenza temporanea ed urgente di contenere e superare l’emergenza epidemiologica causata dal Covid-19”.

L’avvocato Andrea Pruiti Ciarello, consigliere di amministrazione della fondazione Einaudi di Roma sostiene come sia “grave aver fatto l’appello perché dimostra che il governo non è disponibile ad essere trasparente su atti così importanti. Atti che hanno compresso i diritti e le libertà costituzionali per i cittadini come mai nella storia della repubblica”.

E così, dello stesso avviso, il presidente della fondazione Giuseppe Benedetto: “Facciamo appello perché con un gesto di apprezzabile e intelligente apertura agli italiani prima ancora che alla Fondazione Einaudi, la presidenza del Consiglio ripensi la sua posizione.”

“Non abbiamo alcun intento di partecipare al confronto politico in corso – specifica il presidente Benedetto. Per questo motivo avremmo auspicato e abbiamo sino all’ultimo sperato in un gesto di grande eleganza e di sostanza democratica da parte della presidenza del Consiglio dei ministri, che di fronte a una sentenza del giudice amministrativo avrebbe potuto adempiere senza proporre appello e insistere in una linea che appare di retroguardia”.

VIRGILIO NOTIZIE | 30-07-2020 19:15

borrelli Fonte foto: Ansa
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