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Perché il Covid è più grave negli uomini: la risposta italiana

Una ricerca italiana offre un nuovo punto di vista: ecco perché il coronavirus colpisce più gravemente gli uomini

Di: VirgilioNotizie | Pubblicato:

Tra i malati di Covid-19, sono principalmente gli uomini a contrarre una forma più grave della malattia rispetto alle donne. Il motivo di questo primato è stato indagato più volte nel corso della pandemia di coronavirus: uno studio condotto lo scorso aprile aveva evidenziato un particolare ruolo del testosterone nel contagio, mentre sono state smentite ormai le teorie sul “rifugio” del virus nei testicoli. Un nuovo studio italiano affronta ora l’argomento da un punto di vista inedito.

Qual è quindi la causa della maggiore gravità nell’infezione contratta dagli uomini? Il contributo decisivo è giunto dall’Università di Milano-Bicocca, insieme all’Asst di Monza in un lavoro coordinato dal National Institute of Allergy and Infectious Diseases (Niaid) e dalla Rockefeller University (New York). Prima di tutto, i dati forniti dagli scienziati hanno confermato la maggiore gravità della malattia negli uomini, poi hanno fornito una risposta al perché questo accada.

Si tratta di alcuni difetti genetici e alterazioni immunologiche: sono questi fattori a compromettere la produzione di una risposta immunitaria adeguata al coronavirus in alcuni uomini. Nel mirino ci sono gli interferoni, un gruppo di 17 proteine essenziali per proteggere l’organismo dal virus.

Uomini e coronavirus, cosa è emerso dagli studi

L’Università italiana ha contribuito in modo decisivo agli studi sul rapporto uomini-coronavirus con il suo archivio di dati clinici e terapeutici relativi a 728 pazienti Covid-19, tra cui 300 ricoverati presso l’Ospedale San Gerardo di Monza e presso l’Ospedale di Desio.

Il coordinatore Paolo Bonfanti, professore di Malattie infettive dell’Ateneo, ha spiegato così il nuovo studio all’Adnkronos:”Ad oggi sono tre i fattori di rischio noti per le forme gravi di malattia: il progredire dell’età, il sesso maschile e la presenza di co-morbilità come l’ipertensione, il diabete o le malattie respiratorie croniche”.

Tuttavia, analizzando i dati, è emerso che tra i malati gravi più del 10% dei pazienti aveva risposte immunitarie anomale, con produzione di autoanticorpi che neutralizzano gli interferoni di tipo I, bloccandone l’attività antivirale nei confronti del virus responsabile della malattia.

Nel 3,5% dei pazienti, inoltre, erano presenti alterazioni genetiche che impediscono la produzione di interferoni di tipo I o la risposta cellulare a tali molecole.

La strada verso nuove terapie: cosa fare

La conclusione degli esperti è questa: “I risultati – ha dichiarato Bonfanti all’Adnkronos – potrebbero avere implicazioni terapeutiche molto importanti: nei soggetti con difetti genetici di produzione degli interferoni di tipo I è possibile pensare alla somministrazione di tali molecole, almeno nelle fasi iniziali di malattia, quando l’azione degli interferoni è particolarmente importante”.

“Nei pazienti con autoanticorpi anti-interferone è invece possibile pensare a terapie che rimuovano gli autoanticorpi dal sangue (plasmaferesi) o alla somministrazione di farmaci che eliminino le cellule produttrici degli autoanticorpi”.

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