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Donne transgender escluse dalle gare femminili di atletica: bufera per la decisione della Federazione mondiale

La federazione World Athletics vuole escludere le atlete transgender dallo sport. Ridotte le soglie massime di testosterone per competere al femminile

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L’atletica leggera chiude le sue porte alle persone transgender. La decisione della federazione internazionale World Athletics limita la presenza di atlete con differenze dello sviluppo sessuale (Dsd) e mette un punto definitivo alla partecipazione delle persone transgender. La scelta ha suscitato polemiche dal mondo dello sport e la risposta delle atlete, che non escludono la possibilità di agire per vie legali.

Come cambiano le regole

Non si tratta, ancora di una posizione definitiva, ma è previsto che una commissione faccia ulteriori valutazioni. Per la federazione, però, la priorità è di “proteggere la categoria femminile”.

Il provvedimento preso dall’assemblea plenaria, se in vigore, limiterebbe però non solo le atlete transgender ma anche quelle nate biologicamente donne.

Caster SemenyaFonte foto: ANSA
 Caster Semenya, atleta sudafricana Dsd

La misura fa scendere, infatti, la soglia di testosterone in circolo necessaria a essere ammesse nelle categorie femminili, che scende da 5 nmol/lit a 2,5.

Da ciò ne deriva che anche le atlete Dsd, ovvero anagraficamente e geneticamente donne, ma con elevate e naturali percentuali di ormoni, saranno intaccate dalla decisione della federazione.

Questo divieto di partecipazione per chi presenta livelli di testosterone superiori al limite, che prima includeva solo le gare di corsa dai 400 metri al miglio compreso, viene adesso esteso a tutte le gare, salti e lanci inclusi.

Da ciò, risulta inevitabile la totale esclusione per le atlete transgender che abbiano attraversato la fase di sviluppo sessuale maschile. Sono ammesse, invece, quelle che hanno cominciato la transizione di genere prima della pubertà. 

Le conseguenze sulle atlete

Il futuro di diverse atlete è legato alle decisioni della federazione. Come quello della sudafricana Caster Semenyale, atleta Dsd e della altre dodici atlete riconosciute attualmente in questa categoria.

E’ anche il caso di Francine Niyonsaba, l’alteta burundiana che vinse il bronzo negli 800 metri ai giochi di Rio del 2016 e che per le nuove regole era passata ai 5000 metri o della sportiva nambiana Cristine Mboma, che dovrebbe adeguarsi alle nuove soglie.

Una modalità a cui alcune atlete potrebbero decidere di ricorrere per rimanere in gara potrebbe essere l’utilizzo di farmaci specifici che, però, come dimostrato da diversi studi, hanno come effetti collaterali depressione e problemi ormonali anche molto gravi.

Le dichiarazioni della federazione

Per Sebastian Coe, presidente di World Athletics, “Le decisioni sono sempre difficili quando implicano esigenze e diritti contrastanti tra gruppi diversi”.

L’esigenza primaria della federazione è, però, “mantenere l’equità per le donne atlete al di sopra di ogni altra considerazione”.

Coe assicura che saranno guidati dalla scienza sulle questioni “intorno alle prestazioni fisiche e al vantaggio maschile che inevitabilmente si svilupperanno nei prossimi anni”, citando “decine di studi” a favore della decisione presa dall’assemblea.

Non esclude, però, che con il passare del tempo e nuove prove, “rivedremo la nostra posizione“.

La battaglia legale

World Athletics si è detta pronta all’arrivo di una battaglia sul piano legale da parte delle associazioni per i diritti delle donne.

“Siamo oltremodo devastati nel vedere World Athletics soccombere alla pressione politica invece che ai principi fondamentali di inclusione, equità e non discriminazione per gli atleti transgender e gli atleti con tratti intersessuali” ha dichiarato Hudson Taylor, fondatore e direttore esecutivo di Athlete Ally.

Taylor ha riportato come diversi studi evidenzino che non esistono dei vantaggi intrinsechi nello sport per le donne transgender e che le linee guida della federazione non affrontano le vere discriminazioni a cui le donne sono soggette, come “disparità salariale, abusi e molestie sessuali dilaganti, mancanza di donne in leadership e disuguaglianze nelle risorse per le atlete”.

 

 

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