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Denis Verdini esce dal carcere: concessi gli arresti domiciliari

L'ex senatore Denis Verdini ha lasciato il carcere, in cui era entrato a novembre, per continuare a scontare la pena agli arresti domiciliari

L’ex senatore Denis Verdini, su disposizione del Tribunale di sorveglianza di Roma, ha lasciato il carcere di Rebibbia dopo 80 giorni di detenzione. La Cassazione lo ha condannato a 6 anni e mezzo di reclusione nell’ambito del processo per il crac del Credito cooperativo fiorentino: continuerà a scontare la pena agli arresti domiciliari, nella sua casa di Firenze, ma non definitivamente. Lo rendo noto l’Ansa.

Scarcerato Denis Verdini, l’ex senatore agli arresti domiciliari: il motivo

Tra le motivazioni che hanno portato alla scarcerazione di Denis Verdini, avvenuta con un provvedimento di urgenza, c’è anche quella legata all’emergenza Covid all’interno del carcere di Rebibbia.

Si tratta, in base a quanto si apprende, di un detenzione domiciliare provvisoria in quanto il regime carcerario non è compatibile con le condizioni di salute dell’ex parlamentare data la pandemia.

Nel carcere di Rebibbia, infatti, secondo l’Adnkronos sarebbe scoppiato un focolaio di coronavirus che avrebbe portato a 90 i contagiati tra i detenuti, alcuni ricoverati in ospedale.

Verdini andrà ai domiciliari presso la propria abitazione, a Firenze. Il ritorno in carcere è previsto a marzo.

Denis Verdini agli arresti domiciliari: perché si trovava in carcere

Denis Verdini, che l’8 maggio compirà 70 anni, era entrato in carcere lo scorso 3 novembre dopo la sentenza di condanna definitiva nell’ambito del processo sul crac finanziario dell’ex Credito cooperativo fiorentino.

Ex coordinatore nazionale di Forza Italia e poi dei moderati di Ala, Denis Verdini era stato condannato a 9 anni in primo grado, poi ridotti a 6 anni e 10 mesi dalla Corte di Appello di Firenze il 3 luglio del 2018. Riduzione arrivata per alcune prescrizioni legate ai reati di truffa sui fondi pubblici dell’editoria.

A inizio novembre il procuratore generale della Suprema Corte, Pasquale Fimiani, ha chiesto l’annullamento con rinvio della sentenza di secondo grado in quanto aveva ritenuto accertati alcuni fatti di bancarotta mentre su “numerosi altri episodi” riteneva necessario un ulteriore approfondimento.

Inoltre, secondo il Pg, erano prescritti alcuni capi di imputazione relativi ai fondi sull’editoria. Il collegio della Quinta sezione penale, presieduto da Paolo Antonio Bruno, ha ritenuto che ci fossero gli elementi per confermare quasi interamente il verdetto d’appello.

VirgilioNotizie | 29-01-2021 16:22

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