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Delitto di Cogne 20 anni dopo: oggi la "semplice verità" è più evidente. Come fu ucciso Samuele, l'intervista

Intervista esclusiva di Virgilio Notizie con l'autrice Valentina Magrin: "Per la prima volta un ipotetico assassino va in tv a dare la sua versione"

Di: VirgilioNotizie | Pubblicato il:

Dopo 20 anni, cosa resta del caso Cogne? Secondo Valentina Magrin (autrice di La chiave di Cogne. Come si occulta una semplice verità quando il delitto diventa mediatico, pubblicato nel 2008 e scritto con Fabiana Muceli), soprattutto il modo in cui il sistema mediatico riuscì a rendere meno chiara la semplice verità del titolo: “Per settimane e settimane (il caso Cogne, ndr) occupò le prime pagine dei giornali e fu la notizia di apertura di tutti i principali telegiornali”, ha dichiarato l’autrice in un’intervista esclusiva con Virgilio Notizie, “i numerosi programmi dedicati al delitto di Cogne – ha continuato – avevano bisogno di contenuti per sostenere tutte quelle ore di messa in onda. Per questo, oltre a sviscerare il caso, si sono provate a percorrere le più diverse piste, insinuando così dubbi nell’opinione pubblica”.

Oltre a essere stato centrale nella strategia di difesa dell’avvocato di Annamaria Franzoni, Carlo Taormina, il tentativo di manipolazione del sistema dei media richiese la presenza della Franzoni negli studi televisivi. La donna si presentò in diretta per spiegare, senza intermediazioni, agli spettatori, la propria versione.  “È il primo caso in cui un ipotetico assassino, nonché madre della vittima, va in televisione a dare la sua versione dei fatti – ha spiegato Magrin – da allora questa diventerà quasi una prassi”. Ecco, allora, perché vale la pena di guardare a Cogne da una prospettiva diversa.

Che idea si è fatta di Annamaria Franzoni? Come la descriverebbe?

Se parliamo di Annamaria Franzoni oggi, è innanzitutto una donna libera. Una donna che ha scontato la sua pena e che, con ogni probabilità, sta cercando giustamente di riprendere in mano la sua vita. Una donna che, forse, merita l’oblio. L’Annamaria Franzoni di vent’anni fa, invece, la ricordo come una giovane mamma, fragile, spaventata da quello che le stava accadendo ma soprattutto, secondo me, da se stessa, perché sapeva che nella sua coscienza c’era un cassetto che non si voleva più aprire e che conteneva tutta la verità su quanto accaduto a suo figlio Samuele.

Come descriverebbe Stefano Lorenzi, il marito della Franzoni? Ha una vaga idea di quali fossero le dinamiche all’interno della coppia? Dalle intercettazioni emerge una certa complicità tra i due…

Stefano Lorenzi era un uomo molto innamorato di sua moglie e dell’idea di famiglia che con lei aveva sempre immaginato. Con grande determinazione ha quindi deciso di restare sempre accanto ad Annamaria e di mettere al mondo un altro figlio, nato pochi giorni prima del primo anniversario della tragedia. Gli specialisti chiamati ad analizzare la mente di Annamaria Franzoni e quindi anche il contesto in cui viveva, all’epoca sottolinearono la funzione di “argine razionale” e di “azione contenitiva” avuta da Stefano nei confronti della moglie. Annamaria, è noto, nel periodo e soprattutto nelle ore precedenti l’omicidio di Samuele aveva avuto dei malori, tutti riconducibili alla sfera emotiva. Stefano, in tutte quelle occasioni, le era stato accanto prestandole soccorso. La mattina del 30 gennaio i coniugi Lorenzi, dopo una notte e un risveglio particolarmente complicati per Annamaria, si interrogarono sul da farsi, in particolare se fosse  opportuno o meno che Stefano andasse a lavorare. Alla fine l’uomo decise di andare e, poco dopo, dentro quella villetta successe il dramma. È possibile quindi che in Stefano sia subentrato un fortissimo senso di colpa che l’ha portato ancora di più a legarsi a sua moglie e a proteggerla. E forse anche a crederle, per assolvere se stesso.

Nel suo libro (La chiave di Cogne. Come si occulta una semplice verità quando il delitto diventa mediatico, ed. Cavallo di Ferro, 2008), scritto con Fabiana Muceli, parla della “semplice verità” del caso di Cogne: in cosa consiste?

La semplice verità è quella che fa riferimento al principio del “rasoio di Occam”: la verità è spesso da ricercare nella spiegazione più semplice di un fenomeno. Così, nel caso di Cogne, forse per la prima volta nella storia della cronaca nera del nostro Paese, il circo mediatico che si era creato intorno alla vicenda e ai suoi protagonisti ha rischiato di togliere attenzione e dignità alla vera tragedia che si era consumata, ossia quella di una madre che aveva ucciso il suo bambino.

Su cosa fondarono le proprie convinzioni i cosiddetti “innocentisti”?

Non credo avessero fondamento o, almeno, non riesco a dare a nessuna delle ipotesi innocentiste tale connotazione. Credo che probabilmente una certa parte dell’opinione pubblica non potesse credere che una mamma che ha commesso un delitto del genere non crollasse e continuasse a professare la sua innocenza. Ma nessuna delle ipotesi alternative si è rivelata sensata.

Da un punto di vista mediatico, come, il caso di Cogne, fu diverso da qualsiasi altro trattato precedentemente?

Il caso di Cogne per settimane e settimane occupò le prime pagine dei giornali e fu la notizia di apertura di tutti i principali telegiornali. Prima di esso, probabilmente, solo la vicenda di Alfredino Rampi, il bambino caduto e morto nel pozzo di Vermicino nel 1981, aveva avuto così tanto risalto mediatico. Ma mentre la tragedia di Vermicino era durata pochi giorni, Cogne, non trovando una soluzione immediata, si è trasformato in una specie di reality, un appuntamento fisso. Ogni giorno chi accendeva la tv o chi apriva un giornale si chiedeva quali novità ci fossero, quali fossero le ultime dichiarazioni di Annamaria Franzoni, su quali dettagli della sua mimica facciale bisognasse concentrarsi. Di fatto quello di Annamaria Franzoni è il primo caso in cui un ipotetico assassino, nonché madre della vittima, va in televisione a dare la sua versione dei fatti. Da allora questa diventerà quasi una prassi, come dimostrano ad esempio i casi di Salvatore Parolisi e Antonio Logli, che dopo aver pianto davanti alle telecamere verranno condannati per aver ucciso le proprie mogli.

Come i resoconti giornalistici influenzarono l’opinione pubblica?

Ovviamente i numerosi programmi dedicati al delitto di Cogne avevano bisogno di contenuti per sostenere tutte quelle ore di messa in onda. Per questo, oltre a sviscerare il caso, si sono provate a percorrere le più diverse piste, insinuando così dubbi nell’opinione pubblica. Fortunatamente però, parallelamente alle indagini televisive procedevano anche quelle basate sui fatti reali, che hanno sempre portato verso un’unica direzione.

Perché il delitto di Cogne ebbe una tale eco tra lettori e spettatori televisivi? Quali elementi, secondo lei, attirarono l’attenzione del pubblico, che si interessò a tal punto da rendere il delitto di Samuele Lorenzi uno degli episodi di cronaca nera più discussi?

Innanzitutto la tipologia del delitto, ossia una madre che uccide un figlio, da sempre e giustamente attrae il pubblico. Dico “giustamente” perché l’essere madre e l’essere figlio sono condizioni che riguardano tutti noi. La domanda “E se fosse capitato a me?” è, a mio avviso, il motore primo che porta alta l’attenzione su un caso del genere. Per questo le madri si rispecchiano e si interrogano sui motivi che possono aver portato Annamaria Franzoni a compiere un delitto del genere, si chiedono se anche loro potrebbero mai arrivare a tanto… E i figli si chiedono cosa possa spingere la persona che li ha messi al mondo, che dovrebbe amarli sopra ogni cosa, ad annientarli. Tutte queste riflessioni, nel caso di Cogne, sono state rafforzate dalla presenza di Annamaria Franzoni in televisione. Poterla vedere, studiarne le mosse, capire se stesse mentendo o stesse dicendo la verità, sono stati tutti gli ingredienti che hanno alimentato la curiosità morbosa del telespettatore.

È vero che l’attenzione dei media fu strumentalizzata, e magari alimentata, dalla famiglia Franzoni, che tra l’altro non fece mai mancare il proprio sostegno ad Annamaria?

La presenza di Annamaria Franzoni in TV e in generale l’attenzione mediatica sul caso fece sicuramente parte di una strategia difensiva messa in atto dalla famiglia Franzoni, guidata dall’allora avvocato della donna, Carlo Taormina. L’intento, riuscito solo in parte, era quello di far empatizzare l’opinione pubblica con una povera madre che, oltre ad aver perso suo figlio, veniva accusata di essere l’assassina. Annamaria Franzoni scrisse anche un libro dal titolo “La verità”. Purtroppo per lei, e nonostante lo scudo protettivo della sua famiglia, la verità giudiziaria fu ben altra.

L'avvocato di Annamaria Franzoni, Carlo Taormina.Fonte foto: ANSA
L’avvocato di Annamaria Franzoni, Carlo Taormina.

Come si spiega la famosa domanda sull’aver pianto troppo, pronunciata dalla Franzoni al termine di un’intervista per Studio Aperto?

Sinceramente ho sempre trovato fuori luogo le polemiche per quella sua domanda, posta a fine intervista, quando ormai credeva di non essere più registrata. È vero, potrebbe celare la freddezza di un assassino che recita la parte della madre disperata e che per questo si interroga se la sua performance sia stata efficace o meno. Ma io ci vedo soprattutto un’uscita poco felice e ingenua di una persona comunque non abituata a stare davanti alle telecamere, che ha paura di non essere stata capita perché, appunto, ha pianto troppo. Insomma, nonostante sia una convinta sostenitrice della colpevolezza di Annamaria Franzoni, lungi da me considerarla un mostro freddo e calcolatore.

Cosa ha in comune il delitto di Cogne con casi altrettanto seguiti e divisivi, penso ad esempio al delitto di Meredith Kercher o al caso di Marta Russo?

Probabilmente, come ho già detto, quello che attrae in tutti questi casi è l’assoluta immedesimazione con vittime e carnefici. In generale, quello che attrae nei casi di cronaca nera è la paura che potremmo esserci noi o i nostri cari al posto di Annamaria, di Samuele, di Amanda, di Meredith, di Marta… quindi più i contesti in cui si sviluppano queste vicende sono comuni, più ci sentiamo turbati dalla sconvolgente banalità del male. E proprio perché il contesto ci è familiare, sentiamo il bisogno di parlarne, di prendere una posizione, di analizzare i fatti. Conoscere per esorcizzare, per noi rischiare di trovarci noi, un giorno, sotto i riflettori.

Annamaria Franzoni e la villetta di Cogne. Le immagini Fonte foto: ANSA
Annamaria Franzoni e la villetta di Cogne. Le immagini
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