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Covid, l'intervista a Bassetti: "Una lezione da non dimenticare"

Matteo Bassetti, in un'intervista di Virgilio Notizie, parla del suo libro "Una lezione da non dimenticare" e spiega come uscire dall'emergenza Covid

Due date simbolo: 30 gennaio, quando una coppia di turisti viene ricoverata all’istituto Spallanzani di Roma. E il 20 febbraio, quando nell’ospedale di Codogno viene identificato il “paziente uno. Così il Covid-19 è arrivato in Italia, aprendo di fatto un vaso di Pandora da cui sono fuoriusciti tutti gli anni di mancati investimenti e di programmazione sul sistema sanitario, fiore all’occhiello dell’Italia nel mondo ma trascurato e ammaccato.

Ma come nell’antica mitologia, ad emergere tra carenze strutturali e la fragilità sistemica è stato anche il lato talentuoso di un Paese che ha sempre dimostrato grande capacità nel fronteggiare le emergenze, oltre al lato umano delle corsie degli ospedali, impegnate da quasi un anno ormai una lunga battaglia contro un nemico invisibile.

Il libro “Una lezione da non dimenticare” è una lunga cronaca di fatti ed emozioni scritta dal dottor Matteo Bassetti, direttore della clinica Malattie Infettive del Policlinico San Martino di Genova, e dalla giornalista Martina Maltagliati.

Un’opera che racconta speranze e disillusioni, turni di lavoro massacranti e sperimentazioni coraggiose e che conclude, appunto, con una grande lezione: nessun nemico è invincibile quando lo si affronta a viso aperto e con la forza dell’esperienza scientifica. Il dottor Bassetti ha raccontato a Virgilio Notizie l’origine di questo libro.

Da dove nasce questo libro?

L’idea nasce ad aprile dopo i primi due mesi vissuti di pandemia vissuti in maniera emergenziale. L’intenzione era quella di raccontare cosa è successo in quei mesi nelle corsie degli ospedali grazie alle numerose testimonianze di chi ha vissuto a vario titolo l’emergenza sulla propria pelle.

Il libro si è rivelato profetico per certi aspetti. Abbiamo finito di scrivere a metà agosto sottolineando le fragilità del nostro sistema, la necessità di imparare a convivere in qualche misura con questo virus: tutte le cose che nel corso degli ultimi mesi, con la seconda ondata, si sono rivelate reali.

Credo però che la parte più interessante del libro sia quella emozionale, che rivela l’anima e la paure delle persone che hanno lavorato contro il Covid-19 e quelle che hanno contratto e che sono state ricoverate in ospedale.

Di come l’Italia abbia affrontato l’emergenza sanitaria si è detto di tutto: maestra in Europa durante la prima ondata, criticata aspramente nel corso della seconda. Qual è il suo punto di vista?

Il primo punto da evidenziare è che quando si parla di “fragilità di sistema” ci si riferisce a quello politico, non a quello sanitario. È successo che nella prima fase, quella di impatto, siamo riusciti ad attrezzarci bene per far fronte all’emergenza. È un talento che storicamente caratterizza l’Italia, abituata a fronteggiare con prontezza le emergenze.

Conclusa la prima fase però è venuto fuori anche il nostro più grande punto debole, ovvero quello di non riuscire a fare programmazione. Questa mancanza ha fatto sì che arrivassimo impreparati alla seconda ondata. Abbiamo affrettato la riapertura delle scuole, non abbiamo affrontato per niente il tema del trasporto pubblico: in sostanza abbiamo continuato e comportarci nella seconda ondata come se fossimo ancora in una fase di emergenza.

Dal punto di vista della programmazione cosa è mancato di più secondo lei?

Io sono un medico e vedo le cose da medico. Sappiamo bene che la sanità in Italia è di competenza regionale. Va anche detto che ci sono regioni che hanno lavorato molto bene e altre meno bene e questa mancanza di simmetria tra territori, tra centro e periferia del Paese, ha contribuito a creare ulteriori problemi.

Le Regioni in generale sono state ascoltate poco. Questa è un’emergenza sanitaria e credo andasse gestita a livello più centrale, con le Regioni in campo ma con il grande occhio dello Stato presente e vigile.

Ma a complicare ulteriormente le cose ci sono anche i gruppi no-vax e i negazionisti del virus che aumentano, soprattutto in questo periodo quando si inizia finalmente a parlare di vaccini anti-Covid…

È un bel problema. Credo che la componente scettica sia anche più influente di quanto si pensi. Ci sono troppe persone contrarie ai vaccini, che vedono le vaccinazioni come strumenti di imposizione e di arricchimento da parte dell’industria farmaceutica. Una visione che purtroppo è anche spinta da alcune parti politiche.

C’è una forte parte di Italia che osteggia la scienza e la medicina e questo sarà un grande problema. Il mio timore è che arriveremo tra maggio e giugno con una percentuale troppo bassa di persone vaccinate, immagino una media europea del 70% di vaccinati contro il 40-50% di quella italiana.

È giusto dare una scelta alle persone, ma se i numeri saranno questi allora reputo che bisognerà intervenire con l’obbligatorietà o limitando alcune azioni per coloro che scelgono di non vaccinarsi.

Perché i negazionisti e gli scettici aumentano così tanto?

Perché, dispiace ammetterlo, l’Italia è molto indietro culturalmente rispetto ad altri paesi, soprattutto in campo scientifico. Troppa televisione e troppi social network contro la poca voglia di documentarsi, di informarsi, di approfondire.

E anche vero però che fatta eccezione per quest’ultimo anno, in cui numerosi professionisti si sono spesi per contribuire a divulgare una corretta informazione sul Covid-19, in genere medici e scienziati non si fanno vedere spesso sui principali flussi di mezzi…

È vero, ma noi abbiamo anche una grande responsabilità, ovvero di insegnare qualcosa, dare messaggi chiari e spiegare le cose scientificamente. Quindi dobbiamo stare attenti a ciò che diciamo e non lasciare mai il fianco scoperto, penso ad esempio alle recenti dichiarazioni scettiche di alcuni medici a proposito dei vaccini anti-Covid.

Nella comunicazione, quando si parla di scienza e di vaccini, bisogna essere uniti e fare valutazioni che non lascino adito a contraddizioni o contrapposizioni.

Per riassumere, verso quale direzione stiamo andando?

La bolla attuale è quasi esaurita, abbiamo attraversato un’onda molto più alta e intensa ma anche più breve rispetto alla precedente. In prospettiva futura io vedo che ci saranno ancora dei picchi, dei casi negli ospedali, dei ricoveri che saranno trattati con le cure e con il tracciamento.

Il punto più importante però è quello della convivenza. Il virus non sparirà, ma dovremmo abituarci all’idea di convivere con l’infezione in maniera più serena. La convivenza è fatta di conoscenza e di buona comunicazione, il terrorismo e il panico non portano da nessuna parte.

Qual è, in definitiva, la lezione da non dimenticare?

Che in sanità occorre programmare e investire, altrimenti da un giorno ad un altro ti trovi con un nemico che arriva alle spalle da combattere. Penso ad esempio alla Germania, uscita dalla pandemia meglio di come ci è entrata grazie ad un ottimo lavoro di programmazione e di investimento.

In Italia invece ne usciamo devastati. C’è poi anche una grande lezione per noi medici: bisogna collaborare. Occorre uscire dalla concezione della medicina baronale, le decisioni vanno condivise. In questi mesi abbiamo imparato a fare squadra con multidisciplinarietà e ad ascoltarci. È stata una grande lezione.

VIRGILIO NOTIZIE | 27-11-2020 13:02

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