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Coronavirus, debolmente positivi: chi sono e cosa cambia

Il presidente dell'Associazione Microbiologi clinici Pierangelo Clerici spiega come trattare i casi debolmente positivi

Di: VirgilioNotizie | Pubblicato:

A lungo si è dibattuto e si continua a discutere su i casi di asintomatici che una volta fatto il tampone continuano a risultare positivi anche dopo i 14 giorni di isolamento e quindi sui possibili strascichi dell’infezione da coronavirus dopo diverso tempo. Pierangelo Clerici, presidente dell’Associazione Microbiologi Clinici Italiani e della Federazione Italiana Società Scientifiche di Laboratorio, in un’intervista al Corriere della Sera, dà una spiegazione alla definizione di “debolmente positivi” al Covid-19 e in che modo si può risultare in questa condizione.

Essere debolmente positivi: cosa significa

“Significa  – chiarisce Clerici – avere un tampone positivo con rilevazione, nel test molecolare, di parti di genoma del virus.” Quindi se il tampone di norma serve ad aumentare i microrganismi virali presenti nel campione prelevato e, con i debolmente positivi, il risultato arriva solo dopo numerosi cicli di amplificazione”.

“Potenzialmente nel soggetto – spiega ancora l’esperto – ci possono essere solo tracce del genoma e quindi non esserci più il virus, oppure ci può essere un virus a bassa carica non contagioso, o ancora, un virus a bassa carica che infetterebbe ancora”.

Se dopo aver effettuato il doppio tampone, come è previsto dal protocollo in Italia per essere considerati non contagiosi, si è prima negativi e dopo di nuovo positivi, questo dipende da come vengono raccolte le cellule: “Se raccolgo cellule con tracce di virus avrò un risultato positivo, se a livello nasale o faringeo raccolgo cellule senza virus, l’esito sarà negativo (e poi magari ancora positivo)” rivela il presidente Clerici.

In generale con debolmente positivi si intendono persone senza sintomi. “Non è mai capitato che peggiorassero nuovamente, ad oggi” dice Clerici.

Le regole dell’Oms: non si è più contagiosi dopo tre giorni senza sintomi?

In merito alle raccomandazioni dell’Oms, che considera non più contagiosa una persona che non ha più sintomi da tre giorni, ad oggi non seguite dall’Italia, il presidente dei Microbiologi clinici la pensa così: “Dopo tre giorni senza sintomi sappiamo che la malattia non c’è più, ma non possiamo dire con certezza che il virus è scomparso. Potrebbe anche emergere un problema medico-legale, nel caso di contagio di soggetti immunodepressi a partire da persone debolmente positive che lasciano l’isolamento. In questo momento sarebbe meglio essere più cauti, visto che viviamo la coda di un’epidemia non ancora conclusa.”

Grazie a un test di laboratorio supplementare l’ospedale San Matteo di Pavia ha verificato che su 280 pazienti clinicamente guariti con cariche virali basse, meno del 3 per cento aveva la possibilità di infettare. Il lavoro è stato inviato all’Istituto Superiore di Sanità che ne sta valutando i risultati.

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