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Scalatori dispersi sul Nanga Parbat: l’ultima intervista di Nardi

L'alpinista italiano ha raccontato la sua impresa, i suoi obiettivi e le difficoltà della spedizione

“Io cerco la vita. Però sotto certi punti di vista un po’ folle lo sono”. Comincia così l’ultima intervista che Daniele Nardi, l’alpinista disperso da circa una settimana sul Nanga Parbat in Pakistan, ha rilasciato a Le Iene poco prima di partire per la missione. Il 14 dicembre 2018, lo scalatore italiano ha raccontato al programma la sua impresa: “Vado a cercare di aprire una via nuova in inverno su una montagna di 8 mila metri. Passerò dove non è mai passato nessuno e lo farò d’inverno perché è la condizione più difficile”.

Daniele Nardi, 42 anni, è partito con l’inglese Tom Ballard, per tentare la conquista della vetta del Nanga Parbat a 8136 metri passando per lo sperone Mummery, una via che non è mai stata percorsa finora da nessuno. “Io l’ho scalata d’estate nel 2008 – ha spiegato l’alpinista a Le Iene – c’ho provato 4 volte in inverno a fare questa via nuova ma non mi è riuscita. Questa è la quinta e insomma spero che le cose vadano bene”.

Nardi ha confessato che l’impresa “fa parte di una promessa che mi sono fatto da bambino, quando ho deciso di fare l’alpinista, ho scelto di lasciare un segno sulla storia dell’alpinismo. Per farlo dovevo fare qualcosa che nessuno ha mai fatto prima”. Tentare di raggiungere la vetta del Nanga Parbat, passando per lo sperone Mummery, è infatti una delle spedizioni più rischiose.

“È una montagna che è conosciuta come la montagna assassina – ha detto Nardi – uno su quattro degli scalatori che raggiungevano la vetta non tornava a casa. Lo sperone Mummery è la strada in assoluto più diretta alla vetta, più bella, più elegante, ma anche più pericolosa”.

I due alpinisti hanno organizzato il loro campo base a 4200 metri, dentro una valle, in cui avrebbero visto il sole solo per 2 ore e mezza al giorno perché la luce non riesce ad illuminare per più tempo quella zona oltre la vetta. “Durante le belle giornate avremo una temperatura tra gli 0°C e i 5°C e, durante la notte, tra -18°C e -22°C – ha raccontato Nardi che ha proseguito – ci svegliamo la mattina, prepariamo l’attrezzatura e partiamo. Abbiamo una prima fase in cui noi dobbiamo salire più volte sulla montagna e scendere perché abbiamo bisogno che il nostro organismo si adatti alla alta quota”.

La difficoltà dell’impresa è stata descritta dall’alpinista stesso: “Esiste una zona a 7 mila metri che si chiama la zona della morte, cioè dove l’organismo umano non è più in grado di adattarsi, quindi se noi siamo lì su più di un tot di giorni in realtà moriamo per mancanza di ossigeno, perché deperisce l’organismo. Quindi dobbiamo fare prima su e giù un po’ di volte, posizioniamo delle corde delle tende di appoggio, poi quando c’è la finestra di bel tempo e siamo acclimatati a quel punto proviamo l’ascesa alla vetta”.

Tra i pericoli durante la scalata, sempre da quanto raccontato da Nardi a Le Iene, ci sono gli Spindrift, ossia una specie di polvere di neve che scende con il vento lungo la parete della montagna. Poi le valanghe dall’alto che creano degli impatti di aria molto forti. I jet stream, “un vento che viaggia tra i 100-200 km/H e che si può prevedere solo con 8 ore di anticipo – ha spiegato l’alpinista – quindi se ti trovi sulla montagna e non riesci a proteggerti sei spacciato. Infine c’è il freddo a -40°C o -50°C”.

Se si è sopra i 7 mila metri d’altezza è poi difficilissimo riuscire a portare in salvo una persona: “Gli elicotteri non volano e anche se tu arrivassi a piedi, portare giù 70-80 kg di peso a quelle quote è davvero troppo faticoso”.

Nardi ha infine confessato cosa avrebbe fatto se fosse riuscito nell’impresa e anche cosa si sarebbe aspettato in caso di esito negativo: “Quando arriverò in vetta sul Nanga Parbat penso che comincerò a piangere. Spero di tornare a fine febbraio. Mi piacerebbe essere ricordato come un ragazzo che ha provato a fare una cosa incredibile, impossibile, però non si è arreso e se non dovessi tornare vorrei che il messaggio che arrivasse a mio figlio fosse di non fermarsi, non arrendersi, darsi da fare perché il mondo ha bisogno di persone migliori che facciano sì che la pace sia una realtà e non un’idea”.

Le Iene, al termine dell’intervista hanno spiegato che le spese per inviare gli elicotteri alla ricerca dei due alpinisti sono molto alte e sono a carico delle rispettive famiglie di Nardi e Ballard. Chi volesse partecipare per aiutare le ricerche può andare sul sito gofoundme.com e trovare le informazioni per supportare il crowdfounding, la raccolta fondi online, creata da parenti e amici dei due alpinisti.

VIRGILIO NOTIZIE | 04-03-2019 10:26

nardi
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