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Brasile ultradestra, dal primo gennaio arriva Bolsonaro

Brasile vira verso l'ultradestra, dal primo gennaio arriva il presidente Bolsonaro

Si insedierà il primo gennaio il presidente del Brasile, Jair Bolsonaro, e ha promesso cambiamenti radicali nella prima potenza dell’America Latina, dopo oltre 15 anni di politiche di sinistra e di centro. Anche se il presidente di estrema destra può contare su una forte popolarità – il 75 per cento dei brasiliani pensa che le decisioni che ha già annunciato vadano nella “giusta direzione” – le sfide future per il suo governo sono immense.

Il Brasile è un grande Paese esportatore, ma esce da una recessione storica che ha cancellato i benefici arrecati dal periodo di prosperità che la nazione ha conosciuto un decennio fa. Bolsonaro ha nominato l’ultra-liberale Paulo Guedes ministro dell’Economia per attuare una serie di riforme mirate a ridurre il debito (76 per cento del Pil a ottobre), in particolare attraverso privatizzazioni, una riprogettazione fiscale e una politica per incentivare gli investimenti stranieri. Uno dei dossier più spinosi sarà la riforma del regime previdenziale, che necessita di una revisione costituzionale. Il Partito social liberale (Psl) di Jair Bolsonaro non ha la maggioranza al Congresso. Per far votare le riforme, dovrà stringere alleanze con diversi gruppi conservatori. Mentre in gran parte il Brasile esporta il suo petrolio, il calo dei prezzi insieme alla frenata dell’economia in Cina – principale partner commerciale del Paese sudamericano – fa soffiare venti contrari sull’economia. Quanto agli obiettivi più a lungo termine, come gli investimenti nelle infrastrutture e la formazione professionale, sono secondo gli esperti in larga parte ignorati. In discontinuità con il tradizionale multilateralismo del Brasile, la politica estera sarà in parte ispirata da quella del presidente americano Donald Trump, che Jair Bolsonaro ammira.

Il presidente eletto ha già annunciato il ritiro del Paese dal Global Compact – il patto mondiale per le migrazioni – e potrebbe fare lo stesso con l’Accordo di Parigi sul clima. Potrebbe inoltre decidere il trasferimento a Gerusalemme dell’ambasciata brasiliana in Israele. È inoltre contrario a maggiori investimenti della Cina nel Paese e ha indicato che il suo governo farà tutto il possibile “nel quadro della democrazia” contro i governi socialisti di Cuba e Venezuela. Vuole poi alleggerire le norme sul porto d’armi, posizione che fa temere un’escalation di violenza in un Paese dove nel 2017 sono stati accertati 64mila omicidi. I poliziotti, responsabili di circa 5mila decessi all’anno, dovrebbero godere di una maggiore impunità. Ha inoltre nominato come ministro della Giustizia brasiliano Sergio Moro, giudice che ha istruito dal 2014 il caso “Lavage-express”, la più grande inchiesta anti-corruzione nella storia del Paese, che ha inguaiato l’ex presidente di sinistra Luiz Inacio Lula da Silva (2003-2012). Ma la corruzione politica in Brasile è profondamente radicata e tutti sospettano che l’entourage di Jair Bolsonaro – l’agenzia governativa incaricata di monitorare le transazioni finanziarie ha di recente aperto due versamenti sospetti a un ex assistente di suo figlio deputato – o il suo partito potrebbero ledere la sua immagine. La protezione dell’ambiente e in particolare dell’Amazzonia, polmone verde del pianeta, rappresenta un’altra sfida. Il presidente eletto ha già annunciato che anteporrà gli interessi di minatori e agricoltori alla tutela dell’ambiente.

ASKANEWS | 28-12-2018 15:50

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