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G8 di Genova, 20 anni dopo. Il ricordo del cronista: chi non ha pagato

Intervista a Giovanni Mari, che fu testimone diretto: "Un baratro che non finiva più". G8 di Genova, 20 anni dopo. Il ricordo del cronista

Nei giorni del G8, che si tenne nel 2001 a Genova, Giovanni Mari era nelle piazze e nelle strade in cui fu versato il sangue dei manifestanti. Non apparteneva a nessuna delle due fazioni che si sono confrontate con esiti drammatici, ma era lì per raccontare. Mari infatti è un cronista del Secolo XIX. Dal luglio di 20 anni fa, non ha mai smesso di occuparsi del G8, analizzandolo alla luce della propaganda politica e dell’accertamento delle responsabilità.

Il suo libro si intitola “Genova, venti anni dopo”, ma è il sottotitolo a presentarlo come la “storia di un fallimento”. Per il giornalista, tutti hanno sbagliato: i leader riuniti nel summit ligure, l’esecutivo italiano, i servizi segreti, le forze dell’ordine, la politica nazionale tutta, la magistratura, i mass media. Anche il movimento noglobal.

Virgilio Notizie lo ha rintracciato per comprendere, grazie a un’intervista, cosa significa oggi ricordare il G8 e cosa resta ancora da fare per rendere giustizia alle vittime, dopo 20 anni.

Sapresti elencare, per chi ha bisogno di rinfrescarsi la memoria o cerca un punto di partenza per ulteriori approfondimenti, 3 snodi fondamentali riguardanti le vicende del G8 di Genova, anche verificatisi nello spazio di questi due decenni?

Lo snodo fondamentale da cui tutto nasce è l’assalto alla scuola Diaz. Con la Diaz diventa palese l’inadeguatezza delle forze dell’ordine. Costretti a fare i conti con il proprio fallimento, i vertici di carabinieri e polizia devono fare una montagna di arresti. Per questo vanno in un dormitorio a prendere le persone innocenti. Il secondo snodo fondamentale è l’ascesa di Gabrielli a capo della polizia. Gabrielli fa le prime storiche ammissioni, difendendo i singoli agenti e accusando, invece, chi li ha comandati. Il terzo snodo sono le sentenze della Corte europea dei diritti dell’uomo che ha parlato di tortura rispetto a quanto accaduto alla Diaz e a Bolzaneto.

Vale anche per un libro o un film, e forse vale a maggior ragione per la cronaca che diventa Storia: c’è bisogno di tempo per metabolizzare le sensazioni, le idee, le opinioni e i giudizi scaturiti dagli eventi a cui tu hai assistito direttamente. Lo spaesamento iniziale, il dibattito, i processi, tutto quello che, più in generale, è successo in questi 20 anni, ci hanno consegnato un racconto più chiaro di quel che è successo a Genova nel 2001?

In realtà il racconto del G8 non è cambiato molto. Da allora, il centrodestra, che è stato il responsabile politico di quanto accaduto a Genova nel 2001, non ha mai tollerato critiche all’operato delle forze dell’ordine. Il centrosinistra è stato invece balbettante, al limite del ridicolo, e non ha mai preso una posizione forte per paura di apparire vicino agli estremisti. Perfino la sinistra radicale ha pensato di aver saldato i conti mandando alcuni dei propri esponenti in Parlamento. Oggi, qualcosa, in seno alla parte moderata progressista, mi sembra stia cambiando, ma serve una censura nei confronti dei vertici delle forze dell’ordine che aiuti a riabilitare gli agenti e i manifestanti.

Nel film Diaz, Non Pulire Questo Sangue, un capo di polizia avvisa le autorità, che domandano un intervento contro i manifestanti, con queste parole: “Io i miei non li tengo più”. Da un punto di vista puramente umano, com’è possibile che in alcuni settori della società si sia accumulata così tanta violenza pronta a erompere, dando vita a torture reiterate e a violazioni dei diritti umani?

Non è normale, ma succede. Dobbiamo provare a immedesimarci in agenti che non erano stati formati né preparati, che avevano nelle orecchie ministri sbruffoni che parlavano di “zecche estremiste” e servizi segreti che evocavano manifestanti pronti a lanciare palloncini pieni di sangue infetto. Gli stessi agenti erano legittimati quando si trattava di prendere a manganellate gli Hooligan. Non sono stati aiutati a fare alcuna differenza tra gli Ultras e una piazza complessa come quella che si è palesata a Genova 20 anni fa. Quello di poliziotto semplice è anche un lavoro dallo stipendio basso e inquadrato in una gerarchia molto rigida. Insomma, gli agenti sono stati catapultati sul campo e abbandonati, avvelenati di odio da chi sta sopra di loro. Non è una giustificazione, questa, ma lo Stato ha il compito di educare. Il G8, al contrario, è stato impostato come uno scontro militare, peraltro perso dalle forze dell’ordine.

In un altro film invece si dice, che finché la caduta dura, allora va tutto bene, poi arriva l’impatto. I poliziotti si rendevano conto di cosa stavano combinando?

Alcuni sì, se ne sono accorti. C’è un’immagine molto forte di uno dei carabinieri con le mani nei capelli davanti al corpo esanime di Carlo Giuliani, in piazza Alimonda. Stava sicuramente pensando allo scempio: bastava un colpo al cielo per disperdere i manifestanti. Invece per i vertici della polizia, protetti dai governi di qualsiasi colore politico, la resa dei conti con la realtà non c’è mai stata. Serve fare giustizia nei confronti dei vertici della polizia, per difendere i carabinieri e i poliziotti perbene che erano in quella piazza.

Guardando le immagini di Genova, tornano in mente i filmati delle telecamere a circuito chiuso del carcere di Santa Maria Capua Vetere. Quanto è stato fatto, da allora, per riformare il corpo di polizia? Gli italiani si fidano delle forze dell’ordine?

Non serve nessuna riforma. È già arrivata con una bellissima legge del 1981 (ne ricorre quindi il quarantennale), un testo che difende e tutela i cittadini anche quando scendono in piazza contro lo Stato. La fiducia è poi importantissima e si incrina quando la classe politica si dimostra irresponsabile, come è successo in occasione del G8 con la classe politica italiana.

Il tuo libro ha per sottotitolo “Cronaca di un fallimento”. Cita i mass media, la magistratura, i leader del summit, la politica, il governo, le forze dell’ordine e il movimento no global. La sua tesi è che tutti abbiano giocato male la propria parte. C’è qualcuno che invece si è dimostrato all’altezza della situazione?

Tanti singoli si sono dimostrati all’altezza della situazione. Resta il fatto che nel complesso le categorie se la sono giocata male. Oggi possiamo dirlo: i manifestanti del Genova Social Forum avevano ragione, però si sono chiusi in se stessi, nella critica dura alle forze dell’ordine.

Una persona nata il 19 luglio del 2001 dispone, già da 2 anni, del diritto di voto. Cosa può imparare dai fatti del G8?

A un ventenne suggerisco di chiedere sempre ai politici di assumersi le proprie responsabilità e di diffidare della politica che accusa, fidandosi invece di chi si mette in discussione cercando le proprie colpe. Fondamentale è il ruolo della scuola. Mi auguro che gli storici sappiano elaborare i fatti di Genova in modo giusto, per inserirli nei libri di scuola nella maniera più adatta.

Hai avuto da subito la percezione che, davanti ai tuoi occhi, stesse succedendo qualcosa di cui avremmo ancora oggi parlato?

Ho avuto la sensazione che si stesse perpetrando un grosso delitto pubblico. La drammaticità degli eventi assumeva la forma di un’escalation infinita. Piazza Alimonda, l’irruzione alla Diaz, le bugie, le torture a Bolzaneto: sembrava di assistere alla caduta in un precipizio infinito. Noi cronisti neanche riuscivamo a mettere nero su bianco i fatti che capitava qualcosa di peggio.

VirgilioNotizie | 19-07-2021 18:06

G8 di Genova, 20 anni dopo. Il ricordo del cronista: chi non ha pagato Fonte foto: ANSA
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