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Covid sconfitto solo con un inverno molto freddo: la nuova teoria

Parla uno degli autori dello studio che ha scoperto che il coronavirus circolava in Italia già nel 2019

Di: VirgilioNotizie | Pubblicato il:

Emanuele Montomoli, docente di Sanità pubblica e fondatore dell’Institute for Global Health dell’Università di Siena, ha risposto ad alcuni quesiti riguardo la diffusione del coronavirus, la fine della seconda ondata e lo studio, di cui è autore, che dimostrerebbe contagi da Covid in Italia già a settembre del 2019. Intervistato dal Giornale, l’esperto ha anche sottolineato il ruolo del clima nell’aumento delle infezioni.

Riguardo la circolazione del virus in tempi non sospetti, “si fanno due ipotesi. Un virus, quando inizia a circolare, ha un periodo di plateau. Dopodiché i casi iniziano a crescere e si forma un picco come in una campana dove c’è una base lineare che poi inizia a crescere, poi c’è un picco e poi decresce”, ha dichiarato il biologo.

“L’ipotesi è” dunque “che tra novembre e dicembre 2019 ci siano stati pochi casi che non sono balzati agli onori delle cronache perché non hanno intasato gli ospedali, e i pronto soccorso. A gennaio ha iniziato a trasmettersi in maniera più importante e a febbraio o marzo c’è stato il picco. La prima ipotesi è che, all’inizio, non ci siano stati un numero di casi sufficienti a scatenare l’epidemia”, ha spiegato.

Covid: perché un inverno freddo potrebbe eliminare il virus

La seconda ipotesi “non la dice mai nessuno: i coronavirus non amano il freddo. Contrariamente a quello dell’influenza, che abita a 37 gradi nell’ospite e sopravvive a 4 gradi nell’ambiente, i coronavirus abitano a 37 gradi nell’ospite e sopravvivono nell’ambiente a una temperatura mite intorno ai 20 gradi. Il troppo freddo gli dà fastidio come il troppo caldo. La stagione invernale non era quella migliore in cui il virus si poteva trasmettere. Quindi, probabilmente, d’inverno il virus non si è trasmesso come ci si potrebbe aspettare”.

Il Covid ha precisato Emanuele Montomoli al Giornale, “non ama il freddo come non ama il caldo eccessivo, preferisce la stagione mite”. Con un inverno particolarmente rigido, “potrebbe circolare di meno e trasmettersi con meno frequenza, ma ci sono due variabili che vanno tenute in considerazione”.

“La prima è che può trasmettersi meno Sars-Cov-2 ma aumentano le influenze, che amano il freddo. Seconda cosa è che d’inverno, con il freddo, le persone stanno insieme in ambienti chiusi, contrariamente all’estate quando si sta maggiormente in ambienti esterni. Quindi la trasmissione invernale è sfavorente dal punto di vista ecologico, ma favorente dal punto di vista delle abitudini”.

Ipotesi Covid: circolavai in Europa già nel 2019

“I sieri che abbiamo analizzato” per lo studio sulla diffusione del coronavirus già nel 2019 “sono stati raccolti dal luglio 2019 in poi. A luglio e agosto erano tutti negativi, a fine settembre c’erano soltanto due persone positive, mentre da ottobre in poi i numeri sono aumentati sempre di più. Da ottobre in poi ci sono dei cluster di soggetti che hanno anticorpi che si legano al virus del Sars-Cov-2. E sono conti che tornano anche con l’ipotesi epidemiologica“.

“Nelle acque reflue della Lombardia sono state trovate tracce di coronavirus nel mese di dicembre, a Parigi una persona è morta di polmonite tra novembre e dicembre e, successivamente, nei suoi polmoni è stato trovato il virus Sars-Cov-2. Tutto questo taglia la testa al toro: ciò significa che, già in quel periodo, il virus circolava in Europa. È questa l’ipotesi epidemiologica”, ha spiegato l’esperto.

“Il risultato è che, andando a cercare gli anticorpi, si trovano in una certa percentuale che aumenta nei mesi di dicembre, gennaio, febbraio, mentre era completamente assente nei precedenti mesi di luglio, agosto e settembre”, ha sottolineato Emanuele Montomoli.

Covid in Italia dal 2019: perché non ce ne siamo accorti prima

“Questa epidemia è come un iceberg: tutta la parte sott’acqua è la parte asintomatica. L’iceberg si è formato sugli asintomatici, finché è cresciuto in questo modo nessuno è stato in grado di dire che ci fosse un nuovo virus. Quando, nella massa degli asintomatici, sono iniziati ad uscire i primi casi, quindi la prima punta dell’iceberg, sono iniziate le prime diagnosi. Ma si era già creata una massa tale che trasmetteva l’infezione”, ha dichiarato l’esperto al Giornale.

“Le diagnosi si facevano soltanto a chi finiva in ospedale con sintomi. Infatti si diceva che il tasso di mortalità fosse mostruoso, ma soltanto perché non si facevano i tamponi agli asintomatici. Ecco perché prima si vedeva soltanto la punta dell’iceberg mentre adesso si vede tutto, anche quello che c’è sott’acqua”, ha precisato.

Riguardo l’assenza di vittime tra l’autunno e l’inverno del 2019, il medico ha chiarito che “se a ottobre dell’anno scorso potevano esserci alcune migliaia di casi e soltanto una minima parte finiva in ospedale e moriva per polmonite atipica, veniva diagnostica così e basta. Quest’anno, che si conosce il virus, invece, se ho milioni di casi e alcune centinaia finiscono negli ospedali, se tra questi ne muiono cento e cerco il Sars-Cov-2 lo trovo in tutti. In pratica, adesso vado a cercare quello che prima non si cercava“.

Covid, perché ha iniziato a uccidere in Italia solo a febbraio

Il Covid ha iniziato a uccidere nel febbraio 2020 “perché c’erano già tantissimi casi, il virus ormai si conosceva. Non è escluso nemmeno, ma va dimostrato, che qualcosa sia successo davvero nel mercato di Wuhan nel dicembre 2019. Magari il virus è andato incontro ad una mutazione che può averlo reso più infettivo e virulento, non è da escludere”.

“Gli epidemiologi molecolari ci diranno cosa è avvenuto. Sarebbe interessante analizzare un virus isolato di ottobre/novembre 2019 e confrontare la sequenza genetica con quella di gennaio e con quella di oggi. Abbiamo già un’evidenza che la sequenza genetica odierna è un po’ diversa da quella di gennaio. Magari era mutato anche da quello di settembre”, ha spiegato l’esperto.

Covid, dove si è originato davvero: forse non in Cina

“Non sono in grado” di dire dove si è originato il coronavirus, ha precisato. “Ma con i dati scientifici che abbiamo a disposizione in questo momento nessuno può dirlo con esattezza. Ci vorrebbe un referto di un virus isolato da un paziente precedente rispetto a quello che si dice essere il caso zero, per capire realmente se il virus si è generato in Cina o se in Cina ha subito soltanto una mutazione che lo ha reso più virulento e cattivo”.

“Il nostro studio non aveva questo obiettivo: voleva aprire una porta su questo scenario e verificare che una parte della popolazione italiana avesse gli anticorpi contro il coronavirus precedentemente alla circolazione. Si sono trovati, la domanda successiva è: come fanno ad averceli? I cinesi lo hanno isolato per primi ma non è detto che questo coronavirus non circolasse già da prima. In qualche maniera si deve essere generato. Ma siamo certi che si creato davvero nel mercato di Wuhan? Il nostro studio apre una porta su questo interrogativo”.

In conclusione, ha dichiarato Emanuele Montomoli al Giornale, non sappiamo chi ha portato il virus in Italia, “ma non solo non sappiamo questo, ma nemmeno chi lo ha portato in Cina”. Lo studio sulla presenza del coronavirus in Italia già nel 2019 è stato criticato da alcuni scienziati.

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