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Contrae Hiv in laboratorio, la denuncia della studentessa

La studentessa, dopo 7 anni di calvario, ha deciso di denunciare i due atenei e raccontare la storia di come è avvenuto il contagio

Una studentessa dell’Università di Padova ha denunciato il proprio ateneo e un’università straniera dove, dopo aver svolto delle ricerche per la tesi laurea, ha scoperto di aver contratto l’Hiv in laboratorio. Il calvario dopo l’incidente, avvenuto sette anni fa, è stato raccontato dalla giovane ai microfoni del Corriere della Sera.

“Lo faccio per tutti i giovani come me, che consegnano le loro vite nelle mani di chi dovrebbe tutelarle. Perché nessun altro sia costretto ad affrontare il mio calvario” ha dichiarato la ragazza che, dopo anni di silenzio, ha deciso di rendere pubblica la storia della sieropositività scoperta per caso.

La studentessa, ricordando di essere tornata a casa per le festività natalizie, aveva approfittato per donare il sangue: “Ero felice, le feste trascorrevano meravigliosamente e con il mio ragazzo progettavamo il futuro. Il giorno di Santo Stefano mi chiama il medico dell’ambulatorio. Mi dice: sei sieropositiva. Il mondo mi crolla addosso”.

Dopo un primo momento di panico la giovane ricostruisce tutto: “Ripenso subito agli esperimenti che avevo fatto sette mesi prima mentre ero all’estero: mi erano stati fatti manipolare pezzi del virus. Ma erano virus che non potevano replicarsi, detti difettivi. In teoria un’operazione senza rischi“. Un contagio dunque frutto di un grave incidente proprio dove, di solito, la sicurezza dovrebbe essere ai massimi livelli.

“Il mio ragazzo, con cui stavo insieme da 6 anni, mi lascia. E io, a mia volta, mi chiudo in casa, sprofondando in uno stato di grave depressione” ha ricordato la studentessa. Poi il tentativo di dimostrare che il contagio sia avvenuto davvero all’interno delle mura del laboratorio, ma gli inizi tuttavia non sono tutt’altro che consolanti: “Il primo medico a cui mi rivolgo non trova riscontri; mentre il precedente legale avvisa l’ateneo estero con una lettera in italiano, fatta tradurre in loco da un’altra studentessa, che semina il panico”.

Dopo aver cambiato avvocato, la giovane si affida ad uno dei centri più avanzati di ricerca in Italia per l’Aids, che, a sua volta chiama in causa il Laboratorio di Virologia dell’Università di Tor Vergata, a Roma. Dopo cinque anni di silenzio per trovare la strada, le analisi dimostrano che il virus che ha infettato la giovane non è quello circolante tra gli uomini, ma è proprio identico a quelli costruiti in laboratorio. La scoperta è avvenuta grazie alla sequenza genetica.

“La verità è che non ho idea di cosa possa essere accaduto. Da allora me lo chiedo tutti i giorni. L’unica certezza è che non dovevo essere esposta a un virus capace di replicazione. Chi ha sbagliato dovrà stabilirlo il tribunale, ma la mia vita è stata distrutta” ha ammesso la giovane.

Poi l’accusa: “Nessuno preparò me e gli altri studenti che entrarono in quel laboratorio a quegli esperimenti. Non ricevemmo alcun corso, nessuna indicazione sulla sicurezza. Com’è possibile che ragazzi così giovani siano messi in tali condizioni?”.

“Purtroppo c’è un’altra cosa che mi ha fatto soffrire in questi anni, ovvero che nessuno si è mai fatto sentire con me. Né l’Università italiana, dove mi sono laureata con 110 e lode, né quella straniera dove è avvenuto l’incidente” ha dichiarato.

La giovane infine ha ribadito che gli atenei erano informati e “sapevano tutto, ma mai una parola o una telefonata: mi hanno lasciata sola. Per cui oggi, che chiedo finalmente che mi sia riconosciuta giustizia, ai rettori dico anche: non dimenticatemi e fate in modo che non accada mai più”.

VirgilioNotizie | 17-12-2019 17:11

hiv Fonte foto: iStock
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