Pompei, gli ultimi attimi di una famiglia travolta dall'eruzione
Uno studio sul dna antico ha permesso di ricostruire i legami famigliari e gli ultimi momenti di vita in una casa sepolta dalla furia del Vesuvio
Pubblicato il 15/12/08 in Scienze e tecnologie|
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Pompei, 24 agosto 79 d.C. Sono circa le ore tredici, quando una grande, densa nuvola di fumo "a forma di pino" - così la descrive Plinio il giovane - si leva dal vulcano che sovrasta la città.
E' l'inizio dell'eruzione del Vesuvio, che in poco tempo seppellisce il fiorente centro romano, bloccando come in un’istantanea la vita degli abitanti.
Sotto la coltre di cenere e lava Pompei si conserva in maniera prodigiosa per tornare torna alla luce, fortuitamente, nel XVIII secolo. Da allora gli scavi non si sono pressoché mai interrotti e grazie ai sofisticati strumenti oggi a disposizione dei ricercatori si aggiungono sempre nuovi tasselli al mosaico della sua quotidiana, ferma a quasi duemila anni fa.
Una famiglia travolta dall'eruzione
Le ultime scoperte riguardano la famiglia dei Polibi, che ha dato il nome alla casa su via dell’Abbondanza in cui sono stati trovati 13 scheletri in due stanze e che si stima siano sopravvissuti all'eruzione per quasi 20 ore. A loro sono dedicati ben due lavori recentemente presentati in occasione della "IX conferenza internazionale sul Dna antico". Cosa successe nell'arco di quelle tragiche ore? Per quale motivo i Polibi rimasero all’interno dell’abitazione, mentre fuori imperversava la furia del vulcano?
La scienziata napoletana Marilena Cipollaro ha ricostruito i legami di parentela della famiglia che vide soccombere due suoi membri tenendosi per mano e dove una giovane donna perì in avanzato stato di gravidanza. Servendosi del Dna mitocondriale, estratto dalle ossa e dai denti, è stato infatti possibile ricostruire l'albero genealogico per via materna, grazie anche a una patologia, la spina bifida, di cui soffrivano due delle persone ricoperte dalla cenere del vulcano e dal tetto della casa crollato sotto il suo peso.
Gli ultimi concitati attimi
Furono probabilmente proprio le condizioni della donna incinta a spingere i Polibi a rimanere in casa, evitando una fuga disperata (che pare non abbia lasciato superstiti) sotto la pioggia di polveri, cenere e lapilli che stava progressivamente sommergendo la città. Il vulcanologo Claudio Scarpati ha ricostruito le ultime ore della famiglia e, in un'intervista a Discovery Channel, spiega come i detriti del vulcano andavano ad accumularsi sui tetti e per le vie di Pompei al ritmo di 15 centimetri all'ora, calcolando che probabilmente trascorsero circa sei ore prima che il tetto esterno della villa dei Polibi crollasse. Fu allora che la famiglia si ritirò nei locali posti sul retro dell'abitazione fino a quando la cenere non raggiunse ogni centimetro della casa, soffocando i suoi abitanti.
Tra le 7 e le 8 del mattino seguente, la fase finale dell'eruzione caratterizzata da una densa pioggia di pomice, seppellì e consegnò al silenzio Pompei.
E' l'inizio dell'eruzione del Vesuvio, che in poco tempo seppellisce il fiorente centro romano, bloccando come in un’istantanea la vita degli abitanti.
Sotto la coltre di cenere e lava Pompei si conserva in maniera prodigiosa per tornare torna alla luce, fortuitamente, nel XVIII secolo. Da allora gli scavi non si sono pressoché mai interrotti e grazie ai sofisticati strumenti oggi a disposizione dei ricercatori si aggiungono sempre nuovi tasselli al mosaico della sua quotidiana, ferma a quasi duemila anni fa.
Una famiglia travolta dall'eruzione
Le ultime scoperte riguardano la famiglia dei Polibi, che ha dato il nome alla casa su via dell’Abbondanza in cui sono stati trovati 13 scheletri in due stanze e che si stima siano sopravvissuti all'eruzione per quasi 20 ore. A loro sono dedicati ben due lavori recentemente presentati in occasione della "IX conferenza internazionale sul Dna antico". Cosa successe nell'arco di quelle tragiche ore? Per quale motivo i Polibi rimasero all’interno dell’abitazione, mentre fuori imperversava la furia del vulcano?
La scienziata napoletana Marilena Cipollaro ha ricostruito i legami di parentela della famiglia che vide soccombere due suoi membri tenendosi per mano e dove una giovane donna perì in avanzato stato di gravidanza. Servendosi del Dna mitocondriale, estratto dalle ossa e dai denti, è stato infatti possibile ricostruire l'albero genealogico per via materna, grazie anche a una patologia, la spina bifida, di cui soffrivano due delle persone ricoperte dalla cenere del vulcano e dal tetto della casa crollato sotto il suo peso.
Gli ultimi concitati attimi
Furono probabilmente proprio le condizioni della donna incinta a spingere i Polibi a rimanere in casa, evitando una fuga disperata (che pare non abbia lasciato superstiti) sotto la pioggia di polveri, cenere e lapilli che stava progressivamente sommergendo la città. Il vulcanologo Claudio Scarpati ha ricostruito le ultime ore della famiglia e, in un'intervista a Discovery Channel, spiega come i detriti del vulcano andavano ad accumularsi sui tetti e per le vie di Pompei al ritmo di 15 centimetri all'ora, calcolando che probabilmente trascorsero circa sei ore prima che il tetto esterno della villa dei Polibi crollasse. Fu allora che la famiglia si ritirò nei locali posti sul retro dell'abitazione fino a quando la cenere non raggiunse ogni centimetro della casa, soffocando i suoi abitanti.
Tra le 7 e le 8 del mattino seguente, la fase finale dell'eruzione caratterizzata da una densa pioggia di pomice, seppellì e consegnò al silenzio Pompei.












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