Proseguono i bombardamenti e gli scontri su Homs, la città fulcro della ribellione al regime di Bashar al Asad. La lista delle atrocità compiute in un anno (i primi moti di contestazione, simili a
quelli che si svolgevano in altri paesi del mondo arabo, risalgono al febbraio 2011) disegna una
lunga scia di sangue.
Le proteste sfociate in sanguinosi scontri tra polizia e manifestanti hanno l'obiettivo di spingere il presidente Asad ad attuare le riforme necessarie a dare un'impronta democratica allo stato. Ma la reazione del regime alle dimostrazioni messe in atto dalla popolazione è particolarmente violenta.
La situazione è precipitata negli ultimi giorni a
Homs, dove l'attacco dell'esercito ha provocato circa 100 morti fra lunedì e martedì e almeno altri 50 oggi, secondo l'Osservatorio siriano per i diritti dell'uomo (Sohr), con sede a Londra.
Le ultime agenzie riportano la notizia di 20 neonati ancora in incubatrice, morti durante i bombardamenti delle forze del regime, che avrebbero messo fuori uso l'alimentazione elettrica dell'ospedale.
L'organizzazione internazionale
Medici Senza Frontiere raccoglie drammatiche testimonianze di medici e pazienti siriani. I feriti vengono curati fuori dal paese da medici siriani provenienti da diverse regioni. «Attualmente in Siria i feriti e i medici sono perseguitati e rischiano di essere arrestati o torturati dai servizi di sicurezza», dichiara Marie-Pierre Allié, presidente di MSF. «La medicina è utilizzata come arma di persecuzione».
La maggior parte dei feriti non si rivolge agli ospedali pubblici per paura di essere arrestati o torturati, si legge in un comuniocato di MSF.
A volte, quando un ferito viene ricoverato, la sua identità viene celata dietro un falso nome e il medico fornisce una falsa diagnosi per aiutare il paziente ad eludere i controlli dei servizi di sicurezza, i quali cercano i pazienti con ferite riconducibili alle proteste e alle manifestazioni in atto."Nelle altre cliniche l'ordine impartito a medici e infermieri era quello di non accogliere attivisti feriti" - dichiara in un'intervista Nasser Diya, un attivista di Homs rifugiatosi a Beirut, confermando quanto trapelato da altre città siriane teatro di repressioni.
I media ufficiali smentiscono questa versione dei fatti.
Intanto il
Pentagono annuncia di aver messo a punto piani di emergenza per un'eventuale azione di sostegno ai ribelli siriani; l'
Onu incassa il veto di Russia e Cina e la risoluzione non passa;
Mosca e
Istanbul muovono accorte pedine sulla scacchiera del medioriente.
E il giovane scrittore italo-siriano
Shady Hamadi lancia via Facebook
l'idea di
un 'fiocco nero per la Siria' «La mia richiesta a voi tutti – scrive Hamadi – è quella di mettere un fiocco nero intorno alle vostre borse, zaini, ovunque voi possiate. Questo semplice gesto permetterà a noi siriani, quando vi passeremo di fianco, di riconoscere chi ha scelto di non lasciar il popolo siriano da solo perché crede nel valore della libertà e della vita umana». (Su twitter: #unfiocconeroperlasiria).