IN VIRGILIO

Relitti bellici, 8500 bombe a orologeria sui fondali marini

Sostanze chimiche e serbatoi con tonnellate di carburante pronte a disperdersi nel mare. Sul fondo degli oceani c'è una bomba ecologica: oltre 8500 navi potrebbero causare un disastro ambientale

Si stima che la quantità di combustibile contenuta nei serbatoi delle oltre 8500 navi che giacciono sul fondo dei mari di tutto il mondo oscilli tra i 2.5 e i 20 milioni di tonnellate. Al suo confronto, il recente disastro della Deepwater Horizon (1,1 milioni di tonnellate nel Golfo del Messico) appare un'inezia.
Queste "bombe a orologeria" appartengono per lo più a relitti della Seconda Guerra Mondiale, oltre che a un elevato numero di petroliere (nell'ordine di 1600 navi).
Negli ultimi 60 anni l'azione del mare ha corroso gli scafi sommersi e le pareti dei serbatoi sono ormai al limite della tenuta.

L'allarme viene lanciato dal mensile Focus, dopo un recente servizio del New Scientist che ha sollevato la questione attraverso l'intervento di due esperti internazionali di sicurezza marina, Trevor Gilbert e Dagmar Etkin, autori del primo database al mondo dei naufragi bellici potenzialmente inquinanti. I due ricercatori hanno calcolato che in tutti i mari del mondo i relitti 'a rischio' sono 8.569 - di questi, 361 nelle acque del Mediterraneo.

Ma pericolo maggiore non risiede solo nei serbatoi. Le conseguenze peggiori sull'ecosistema e sulla nostra salute - sottolinea il mensile italiano - giungono da un arsenale di armi chimiche che giace in fondo al mare. Tra queste vi è l'iprite, una sostanza chimica pericolosissima, proibita da tutti gli accordi umanitari internazionali, che gli eserciti avevano comunque in dotazione, per rispondere a eventuali attacchi chimici nemici.
Il rischio si cela quindi negli ordigni inesplosi, non solo della Seconda Guerra Mondiale, ma anche in quelli, ad esempio, della guerra dei Balcani. Armi che affondarono insieme alle navi per effetto del fuoco nemico o per volontà stessa del Paese di bandiera: verso la fine del conflitto le armi chimiche divennero un fardello imbarazzante e si decise di farle affondare insieme alle navi che le portavano. In Italia gli alleati le inabissarono al largo di Manfredonia e davanti all'Isola di Ischia, mentre Hitler ne ordinò invece lo smaltimento nei fondali a sud di Pesaro. Dove sono tuttora, costituendo una seria minaccia per l'ecosistema.

I costi per il recupero di combustibile e altre sostanze pericolose sono elevatissimi: dai 2300 ai 17000 dollari per tonnellata, a seconda della zona e della profondità cui si trova il relitto.
Tra le soluzioni per posticipare il disastro gli esperti suggeriscono la protezione catodica, attraverso l'introduzione di anodi sacrificali nei serbatoi più danneggiati. In questo modo si riesce a rallentare la corrosione del metallo e ad alzare il livello del Ph locale, incoraggiando la formazione di quei depositi marini che proteggono lo scafo. Ma è una lotta contro il tempo.

Pubblicato il 28/10/10 in Esteri| TAGS: relitti, seconda guerra mondiale, navi affondate
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nave veleniLa mappa dei relitti

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