Sprechi alimentari, in Italia 240mila tonnellate di alimenti invenduti. E gettati via
Oltre un miliardo di persone soffre la fame. Mentre tonnellate di cibo prodotto in eccesso nel Nord America e in Europa vengono buttate. In un libro-inchiesta appena pubblicato, tutta la follia degli sperperi alimentari ma anche idee concrete e possibili vie d'uscita
Pubblicato il 16/11/09 in Economia|
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Il LIBRO
Sprechi, Tristram Stuart
L'autore, ricercatore di Cambridge e freegan convinto, affronta il tema degli sprechi alimentari
Quando Tristram Stuart affronta il mercato italiano, nella sua inchiesta globale sugli sprechi alimentari, lo fa immaginando che in un Paese con così solide tradizioni gastronomiche e una vigile attenzione al cibo, gli sperperi non dovrebbero costituire un problema.
Ma l'autore del documentatissimo saggio sul cibo che buttiamo e che potremmo utilizzare (Sprechi, Bruno Mondadori) dovrà ricredersi.
Si legge, infatti, nel libro di Stuart da poco pubblicato: «I negozi e i ristoranti italiani hanno a disposizione l'88 per cento di cibo in più rispetto al fabbisogno alimentare della popolazione. Si tratta di un surplus di 1700 Kcal al giorno: alcune di queste calorie in eccesso sono consumate da soggetti che mangiano più di quanto occorra al loro organismo, ma la maggior parte viene sprecata sotto forma di pane non mangiato, cibo avanzato nei piatti e sacchi di immondizia pieni dei prodotti dei supermercati. L'Italia dispone di una quantità di cibo 3,3 volte superiore a quella effettivamente necesaria».
E cosa pensate che succeda alle tonnellate di cibo che i supermercati non sono riusciti a vendere? Non può essere utilizzato per l'alimentazione animale (una norma Ue lo vieta), non può essere regalato ai poveri (salvo nei casi in cui intervengano organizzazioni specializzate come Last Minute Market). Quindi viene per la maggior parte buttato.
Tristram, freegan per motivi ecologici, da tempo ha fatto la sua scelta: riempie il carrello servendosi degli "scarti" dei supermercati e sostiene con orgoglio "senza mai neppure un mal di pancia!".
Solo in Italia - riferisce la Coldiretti - restano invenduti nei retrobottega dei punti vendita 240mila tonnellate di alimenti per un valore di oltre 1 miliardo di euro, che potrebbero sfamare 600.000 cittadini con tre pasti al giorno per un anno.
Un'insostenibile contraddizione in un mondo dove secondo la Fao - che proprio oggi avvia a Roma il Vertice mondiale sulla sicurezza alimentare - cresce il numero delle persone che soffrono la fame e per la prima volta raggiunge la cifra record di 1,020 miliardi, ovvero circa un sesto della popolazione mondiale. Un problema che comincia a riguardare anche i Paesi sviluppati, dove la quota delle persone denutrite quest'anno raggiunge i 15 milioni, con una crescita del 15,4 per cento sul 2008.
Una ridistribuzione più equa delle risorse alimentari potrebbe significare più cibo per tutti. Ma non solo, la riduzione dello sperpero porterebbe benefici a tutto il pianeta.
Il ricercatore di Cambridge fa luce su un altro aspetto rilevante: «Più del 50% delle emissioni di gas serra proviene dalla produzione di cibo. Se lo spreco fosse dimezzato le emissioni sarebbero decurtate del 5%. Paradossalmente, se impiegassimo le terre sulle quali oggi coltiviamo cibo in eccesso per piantare alberi, potremmo controbilanciare totalmente le emissioni di gas serra» (L.F.)
Ma l'autore del documentatissimo saggio sul cibo che buttiamo e che potremmo utilizzare (Sprechi, Bruno Mondadori) dovrà ricredersi.
Si legge, infatti, nel libro di Stuart da poco pubblicato: «I negozi e i ristoranti italiani hanno a disposizione l'88 per cento di cibo in più rispetto al fabbisogno alimentare della popolazione. Si tratta di un surplus di 1700 Kcal al giorno: alcune di queste calorie in eccesso sono consumate da soggetti che mangiano più di quanto occorra al loro organismo, ma la maggior parte viene sprecata sotto forma di pane non mangiato, cibo avanzato nei piatti e sacchi di immondizia pieni dei prodotti dei supermercati. L'Italia dispone di una quantità di cibo 3,3 volte superiore a quella effettivamente necesaria».
E cosa pensate che succeda alle tonnellate di cibo che i supermercati non sono riusciti a vendere? Non può essere utilizzato per l'alimentazione animale (una norma Ue lo vieta), non può essere regalato ai poveri (salvo nei casi in cui intervengano organizzazioni specializzate come Last Minute Market). Quindi viene per la maggior parte buttato.
Tristram, freegan per motivi ecologici, da tempo ha fatto la sua scelta: riempie il carrello servendosi degli "scarti" dei supermercati e sostiene con orgoglio "senza mai neppure un mal di pancia!".
Solo in Italia - riferisce la Coldiretti - restano invenduti nei retrobottega dei punti vendita 240mila tonnellate di alimenti per un valore di oltre 1 miliardo di euro, che potrebbero sfamare 600.000 cittadini con tre pasti al giorno per un anno.
Un'insostenibile contraddizione in un mondo dove secondo la Fao - che proprio oggi avvia a Roma il Vertice mondiale sulla sicurezza alimentare - cresce il numero delle persone che soffrono la fame e per la prima volta raggiunge la cifra record di 1,020 miliardi, ovvero circa un sesto della popolazione mondiale. Un problema che comincia a riguardare anche i Paesi sviluppati, dove la quota delle persone denutrite quest'anno raggiunge i 15 milioni, con una crescita del 15,4 per cento sul 2008.
Una ridistribuzione più equa delle risorse alimentari potrebbe significare più cibo per tutti. Ma non solo, la riduzione dello sperpero porterebbe benefici a tutto il pianeta.
Il ricercatore di Cambridge fa luce su un altro aspetto rilevante: «Più del 50% delle emissioni di gas serra proviene dalla produzione di cibo. Se lo spreco fosse dimezzato le emissioni sarebbero decurtate del 5%. Paradossalmente, se impiegassimo le terre sulle quali oggi coltiviamo cibo in eccesso per piantare alberi, potremmo controbilanciare totalmente le emissioni di gas serra» (L.F.)











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