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Soccorsi sull'Himalaya, il Pakistan chiede un conto salato. Ma chi lo paga?

Islamabad chiede 33mila euro per gli elicotteri che hanno tratto in salvo i due superstiti del Nanga Parbat. E la Farnesina gira il conto agli alpinisti

Pubblicato il 19/09/08 in Economia|TAG: nones, kehrer, nanga parbat, himalaya, pakistan

nones kehrer
Gli alpinisti Walter Nones e Simon Kehrer

SONDAGGIO 

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Chi dovrebbe pagare i soccorsi?

Elicotteri e soccorritori: a chi spetta l'onere economico degli interventi?

Nanga Parbat 

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L'odissea degli alpinisti sulla montagna mangiauomini

Il racconto dei sopravvissuti. Foto e video

La sfortunata spedizione sulle pareti del Nanga Parbat, dopo la morte del capo cordata Karl Unterkircher, si era conclusa, il 24 luglio scorso, con l'intervento di elicotteri che riuscirono a ricondurre gli alpinisti superstiti Walter Nones e Simon Kehrer, al campo base.

A distanza di un paio di mesi, l'avventura  torna alla ribalta, con una coda prosaica. Il soccorso pakistano, Ascari aviation limited, intervenuto su richiesta di Silvio Mondinelli e Maurizio Gallo ha inviato la parcella all'ambasciata italiana di Islamabad: i soccorsi sono costati 48.594 dollari (circa 33.500 euro), ma la Farnesina non intende pagare e gira la fattura agli alpinisti.

«Per noi è stata una sorpresa amara – spiegano Walter e Simon – , non ci aspettavamo di dover pagare tanto per un soccorso che non avevamo neppure chiesto. Noi, dopo la morte del nostro compagno, avremmo potuto scendere con gli sci fino al campo base» . Agli alpinisti era stato detto di non preoccuparsi, perché le spese per il soccorso sarebbero state pagate dalla Farnesina e dall'assicurazione. Ma proprio da quest'ultima, una compagnia austriaca, giunge una ferale notizia: la copertura della polizza, precisa una postilla, non vale nei casi di aperture di vie inesplorate. E la parete Rakhiot era, appunto, una "prima assoluta".
Chi paga, dunque? La questione è controversa.

Il conto, pare, verrà saldato proprio dai superstiti della tragedia - due alpinisti di altissimo livello, peraltro -  che annunciano di voler pagare fino all'ultimo centesimo «per evitare ulteriori polemiche e per non essere additati come quelli che sono stati salvati con i soldi dei contribuenti italiani ».

Vero è che le eroiche esplorazioni sul tetto del mondo lasciano il posto a sempre più numerose compagnie di scalatori spesso poco preparati, che costringono i soccorsi pakistani a interventi sempre più frequenti. In ragione dei quali, il governo di Islamabad batte cassa.

Ormai anche le vette più inaccessibili sono diventate una meta inflazionata di spedizioni assimilabili al turismo di massa. Negli ultimi anni, il business ha scalato a lunghi passi il gruppo dell'Everest e le cifre in gioco si alzano proporzionalmente al livello altimetrico. Basti pensare che per scalare il Tetto del mondo dal versante sud (Nepal) si pagano da 25mila dollari per un alpinista solo, fino a 70mila dollari per spedizioni composte da sette membri. Cifre alle quali va aggiunta la cosiddetta “cauzione per la spazzatura”, che ammonta a circa 3-4 mila euro per le vette più alte (crf. Una montagna di soldi).

I soccorsi non fanno eccezione alle leggi di mercato. Nel nostro piccolo, anche le ascensioni sul Monte Bianco hanno suscitato non poche polemiche, soprattutto dopo i numerosi incidenti occorsi quest'estate (dall'inizio dell'anno, gli alpinisti che hanno perso la vita sulle pendici del Bianco sarebbero addirittura 45). Dà voce al problema il sindaco di Saint Gervais, paesino dell'alta Savoia da dove parte la via normale francese, «Sono troppi, sono pericolosi, spesso inesperti. Il Bianco non è Disneyland: bisogna fermarli» e propone di limitare il numero di alpinisti in base ai posti disponibili nei rifugi.
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