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Mamma Rai in agonia, tra sperperi e lottizzazioni. La speranza, nella tecnologia

Ne parliamo con Denise Pardo, autrice de La Piovra Rai, che sulla cattiva gestione ironizza "Sarà che non si vuole diminuire l'altissimo share di corale indignazione?"

Pubblicato il 15/10/09 in Economia|TAG: rai, televisione, canone rai, tv di stato

Tredicimila dipendenti ne fanno la più grande azienda pubblica del Paese. Un miliardo di debiti ne fanno fanno una delle più malridotte.

Un'azienda in difficoltà, ma che continua a essere, all'occorenza, generosa e munifica...
Tanto da arrivare alla situazione paradossale in cui i dirigenti e i capi-redazione sono più numerosi dei loro diretti sottoposti.
Tanto da appaltare abitualmente servizi e mansioni ad esterni (nel 2007 i costi esterni sono arrivati a 1.327 milioni), quasi che il numero di lavoratori assunti non fosse sufficiente.
Tanto investire cifre esorbitanti in produzioni costose e scadenti, che scompaiono dal palinsento dopo poche puntate.
Tanto da spendere in contenziosi miliardi di euro: decine e decine di cause in Tribunale, che costano mediamente 100.000 euro l'una -  e solo nel 2007, le cause perse sono 168.
Tanto da prostrarsi all'altare della spartizione politica, che quotidianamente ne spolpa le carni.

E qui sta il nocciolo della questione, come ci racconta Denise Pardo, giornalista autrice de La piovra RAI – Sprechi, vizi e privilegi della televisione di stato, che nel suo libro denuncia il rapporto incestuoso fra la televisione di Stato e la politica.
«La lottizzazione è il male peggiore della Rai. Non è un fenomeno recente, ma negli anni si è raffinato, è diventato 'ufficiale' e investe la sfera politica, regionale, storica - anche la memoria è oggetto di "lottizzazione" e le produzioni seguono il trend (Exodus piuttosto che le Foibe o Barbarossa)».

Una "patologia" che ha conseguenze economiche non indifferenti...
«Infatti comporta sprechi enormi. Oltre agli sperperi abituali, sappiamo la logica del clientelarismo non giova alla salute delle casse dell'azienda. Prendiamo il "Caso Meocci": qualche anno fa la Rai votò la nomina di Alfredo Meocci a direttore generale di viale Mazzini, nonostante evidenti ragioni di incompatibilità (era stato commissario di un'authority). All'azienda di Stato fu inflitta una multa da 14 milioni di euro, alla quale si aggiunse il 10% della somma per non aver pagato in tempo la sanzione».
Le "nomine Rai" costituiscono un altro tasto dolente «Del resto - continua Pardo -  quale azienda sarebbe sopravvissuta con simile numero di cambi al vertice? Dai tempi della Seconda Repubblica (1994, ndr) a oggi si sono avvicendati 12 presidenti e 11 direttori generali...»

Una riforma del carrozzone non è possibile?
«Nutro seri dubbi... La Rai fa troppo comodo alla politica ed è difficile che i politici riformino qualcosa di cui non possono fare a meno».

Dobbiamo dunque rassegnarci alla "piovra" (foraggiandola pure...)?
«Non esattamente. Personalmente ripongo qualche speranza nella tecnologia. Adesso abbiamo 3 canali, due in mano alla maggioranza e una "riserva indiana" del Pd, nel Tg3. Ma un domani, con il digitale, potranno esserci "n" Rai, e un numero maggiore di canali potrebbe mettere in discussione l'attuale assetto».
Forse è per questo motivo che gli investimenti nelle nuove tecnologie languono... (l.f.)
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