Ai vulcani ora si fa l'ecografia
Le eruzioni si possono prevedere in tempo reale, ma il problema della sicurezza rimane. I paradossi della "zona rossa" del Vesuvio. Le foto spettacolari dell'Etna
Pubblicato il 12/06/09 in Cronaca|
Inferno di lava
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Scappare dal Vesuvio in eruzione verso un’area devastata dal terremoto: è il paradosso che potrebbero sperimentare gli abitanti di Somma Vesuviana, se il vulcano simbolo di Napoli dovesse svegliarsi dal suo torpore che dura da 70 anni. Secondo il Piano di evacuazione della protezione civile approvato nel 2005, Somma è gemellata con Avezzano, provincia di L’Aquila, uno dei comuni colpiti dal terremoto del 6 aprile. Sarebbe come dire dal braciere alla brace.
Sembra però che i nostri bracieri non ci spaventino più come prima. In Italia siamo sempre più vicini a prevedere le eruzioni vulcaniche in tempo reale. Etna, Stromboli e Vesuvio sono costantemente monitorati con tecnologie che consentono di anticiparne i movimenti. Soltanto sull’Etna sono presenti 160 stazioni di rilevamento per curare “a muntagna”, come lo chiamano con confidenza gli abitanti di Catania e dintorni.
Anche i vulcani fanno quindi l’ecografia, per mezzo di sistemi di allerta che consentono di controllare la risalita del magma, fondamentale per prevenire le eruzioni. In tal modo, come ha spiegato Giuseppe Patané dell’Istituto Superiore di Vulcanologia, si riuscirebbe a prevedere anche l’eruzione del Vesuvio, che nonostante sia un bello addormentato rimane il più pericoloso dei crateri italiani.
Calma e sangue freddo, quindi? Non proprio: la “zona rossa” del Vesuvio identificata dal Piano di evacuazione è un’area che comprende 18 comuni per un totale di 600.000 abitanti e un’estensione di 200 chilometri quadrati. Una delle aree più popolate d’Italia, dove, nonostante il gigante al momento dormiente, si continua a costruire – spesso in modo abusivo – e dove a breve sarà inaugurato l’Ospedale del mare, il più grande ospedale del Sud, costato 190 milioni di euro, a soli 7 chilometri dal cratere in una zona congestionata dal traffico e con vie di fuga insufficienti. Il piano prevede una nuova sistemazione per 61.000 persone entro il 2013, ma ad oggi meno di 5.000 hanno deciso di spostarsi e nella metà dei comuni della “zona rossa” la popolazione è aumentata, in proporzione al cemento.
Previsioni dei vulcanologi a parte, quindi, una nuova Pompei non fa paura, salvo far dire all’assessore provinciale alla protezione civile Francesco Borrelli che il rapporto tra il Vesuvio e i residenti dei comuni della zona è simile a quello che i giovani hanno con l’aids: sanno che esiste, ma pensano che non li toccherà mai di persona.
Sembra però che i nostri bracieri non ci spaventino più come prima. In Italia siamo sempre più vicini a prevedere le eruzioni vulcaniche in tempo reale. Etna, Stromboli e Vesuvio sono costantemente monitorati con tecnologie che consentono di anticiparne i movimenti. Soltanto sull’Etna sono presenti 160 stazioni di rilevamento per curare “a muntagna”, come lo chiamano con confidenza gli abitanti di Catania e dintorni.
Anche i vulcani fanno quindi l’ecografia, per mezzo di sistemi di allerta che consentono di controllare la risalita del magma, fondamentale per prevenire le eruzioni. In tal modo, come ha spiegato Giuseppe Patané dell’Istituto Superiore di Vulcanologia, si riuscirebbe a prevedere anche l’eruzione del Vesuvio, che nonostante sia un bello addormentato rimane il più pericoloso dei crateri italiani.
Calma e sangue freddo, quindi? Non proprio: la “zona rossa” del Vesuvio identificata dal Piano di evacuazione è un’area che comprende 18 comuni per un totale di 600.000 abitanti e un’estensione di 200 chilometri quadrati. Una delle aree più popolate d’Italia, dove, nonostante il gigante al momento dormiente, si continua a costruire – spesso in modo abusivo – e dove a breve sarà inaugurato l’Ospedale del mare, il più grande ospedale del Sud, costato 190 milioni di euro, a soli 7 chilometri dal cratere in una zona congestionata dal traffico e con vie di fuga insufficienti. Il piano prevede una nuova sistemazione per 61.000 persone entro il 2013, ma ad oggi meno di 5.000 hanno deciso di spostarsi e nella metà dei comuni della “zona rossa” la popolazione è aumentata, in proporzione al cemento.
Previsioni dei vulcanologi a parte, quindi, una nuova Pompei non fa paura, salvo far dire all’assessore provinciale alla protezione civile Francesco Borrelli che il rapporto tra il Vesuvio e i residenti dei comuni della zona è simile a quello che i giovani hanno con l’aids: sanno che esiste, ma pensano che non li toccherà mai di persona.












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