Roma, 28 gen. (TMNews) - Il clima è cambiato. Con queste parole il presidente della corte d'appello di Roma, Giorgio Santacroce, ha iniziato la propria relazione sull'amministrazione della giustizia in occasione dell'inaugurazione dell'anno giudiziario. E a Catania, il ministro Paola Severino, si è detta certa che il futuro della Giustizia è nell'innovazione tecnologica. Ma per voltare pagina è necessario effettuare una svolta nelle carceri, considerato un vero e proprio test di civiltà per un Paese.
"Sul fronte dell'amministrazione della giustizia, sul fronte dell'anno che ci siamo lasciati alle spalle, il clima è decisamente cambiato. Nell'inverno del nostro scontento ci siamo scoperti più sobri e più seri", ha spiegato Santacroce.
Da parte sua Severino si è detta certa che l'innovazione organizzativa, tecnologica, informatica e digitale "è il futuro della Giustizia; un futuro in linea con i migliori sistemi giudiziari europei". Severino è "tuttavia consapevole che questo percorso" non è semplice nè agevole e "deve essere sorretto da una strategia coerente e condivisa".
Per quanto riguarda il sistema carcerario il ministro ha espresso le proprie preoccupazioni ricordando i provvedimenti adottati dall'esecutivo per far fronte al problema del sovraffollamento considerato "ormai intollerabile". "Dallo stato delle carceri si misura il livello di civiltà di un Paese - ha spiegato - e chi anche per chi si è macchiato di delitti gravissimi, l'espiazione della pena e la custodia cautelare in carcere devono rappresentare il simbolo, lo strumento, attraverso il quale si riafferma il principio che lo Stato non ripaga mai con la vendetta, ma vince con le armi del diritto e dell'applicazione scrupolosa delle regole della legge".
Prima di intervenire alla cerimonia il ministro ha delineato in un'intervista alcune delle priorità del suo mandato, in particolare per sfoltire i tempi interminabili dei processi. E a questo proposito ha specificato: "Il tema della prescrizione non è un tabù. Piuttosto bisogna valutare se il problema della prescrizione rappresenti la causa o la conseguenza della lentezza della giustizia".
Di fronte a questo rinnovato spirito di sobrietà, legato al clima di austerità voluto dall'esecutivo Monti, anche i magistrati, secondo i presidenti delle corti d'appello di Roma e Milano, devono respingere le "vetrine della visibilità" e assumere "dei comportamenti sobri" nel rispetto delle "regole deontologiche".
"Anche la speciale e obiettiva sovraesposizione che negli anni più recenti ha caratterizzato gli uffici giudiziari milanesi sul piano dei rapporti con i media e con la politica per la particolare importanza e rilevanza sociale sia dei fatti sia delle persone coinvolte in indagini e processi, è destinata a stemperarsi laddove vengano da tutti osservate le regole deontologiche tenendo comportamenti adeguati", ha sottolineato il presidente della corte d'appello di Milano Giovanni Canzio.
Dal canto suo il presidente della corte d'appello di Roma ha ricordato che una "idea di magistrato avulso da frequentazioni inopportune, dalla ricerca di vetrine di visibilità e da coinvolgimenti esterni può sembrare anacronistica e fuori dal tempo. Ma rimane l'unica via praticabile per evitare che il magistrato non abdichi alla sua fondamentale funzione di garanzia e di controllo della legalità, che costituisce il fondamento del suo ruolo istituzionale, venendo meno al dovere di essere soggetto soltanto alla legge".