Ricostruzioni post-sisma, scempi ed eccellenze lungo lo Stivale
Dallo Stretto di Messina al Friuli. L'Italia che si rialza: tra sperperi, generosità, malversazioni e modelli virtuosi
Pubblicato il 10/04/09 in Cronaca|
"La ricostruzione dell'Aquila sarà rapida, non come nel passato". E soprattutto non si ripeteranno le esperienze "molto negative" di altri casi. Le parole del premier Berlusconi esorcizzeranno il rischio di far patire anche agli aquilani quanto sofferto da altre popolazioni che hanno conosciuto la forza distruttiva di un terremoto e la lentezza elefantiaca dello stato italiano? Che siano New Town o che si ricostruisca pari pari quanto venuto giù, l'importante è fare presto e bene. Ma i precedenti non sono per niente incoraggianti.
«All’Abruzzo auguriamo un futuro migliore di quello che ha avuto il Belice in questi anni. Di cuore. Perchè vivere in paesi fantasma in cui, oltre alle baracche, resta ben poco, i Siciliani sanno già cosa significa... Oltre a quella del Belice, evitiamo agli Abruzzesi anche la terribile fine che hanno fatto i terremotati di Messina che, dopo 100 anni, vivono ancora nelle baracche». Così si legge sul blog BSicilia.
Chi scrive dice il vero, quando ricorda che a distanza di un secolo, le baracche dei terremotati della città sullo stretto sono ancora lì. Quartieri di fatiscenti residenze che oggi conoscono la terza generazione di miseria: prima furono le capanne in legno edificate dai volontari di mezza europa all’indomani del terremoto, poi arrivarono le baracche in muratura costruite dal Fascismo, sostituite dopo i bombardamenti della Seconda Guerra, da «casette ultrapopolari a uso provvisorio». Il risultato è una favelas a cielo aperto distribuita nei quartieri dell’Annunziata, di Fondo Fucile o di Giostra.
I residenti pagano anche le tasse: luce, gas e immondizia - di cui sono circondati. L'acqua che piove all'interno delle baracche, invece, è gratis.
Quaranta sono gli anni che ci separano dalla tragedia del Belice: 236 morti, 14 paesi distrutti, 70mila sfollati. Ancora oggi i ruderi inagibili degli edifici di Salemi si stagliano nel cielo come tanti fantasmi. Nel 2005 servivano ancora 133 milioni di euro per l’urbanizzazione e 446 per l’edilizia privata.
Sorte analoga per alcune zone dell’Irpinia dove si scorgono ancora dei container sul territorio devastato dal terribile sisma del 1980, che causò 2570 vittime. Lo Stato ha complessivamente impiegato per lo sviluppo e la ricostruzione delle aree colpite dal sisma circa 58mila miliardi di lire, realizzando nella zona ben otto aree industriali, tuttavia la regione rimane una delle aree più depresse d'Italia. Un fiume di denaro destinato a un'area geografica che si allargò a dismisura l'indomani della sciagura, includendo centinaia di comuni che non videro muovere neppure una foglia.
Ma la storia insegna che le cose possono andare anche diversamente. In Friuli - il sisma del 1976 causò mille morti, lesionò 40mila abitazioni -, in poco più di 15 anni, tutto fu ricostruito grazie alle deleghe affidate agli enti locali. Non ci fu un solo caso di corruzione o malversazione e ancora oggi l'associazione che raggruppa gli ex sindaci del terremoto va fiera di quella scelta.
Anche la ricostruzione umbra, dopo la scossa del 1997, ha fatto scuola. Soprattutto per l'attenzione posta alla salvaguardia del patrimonio artistico della regione. "Il nostro slogan è stato Dov'era com'era" (l'opposto del concetto di New Town) ribadisce l'assessore regionale umbro alla ricostruzione, Vincenzo Riommi, ricordando che per l'emergenza vennero spesi oltre 400 milioni di euro, mentre la ricostruzione è costata 5 miliardi e 100 milioni.
E sulle macerie d'Abruzzo quale modello prevarrà? Quale Italia avrà la meglio?
«All’Abruzzo auguriamo un futuro migliore di quello che ha avuto il Belice in questi anni. Di cuore. Perchè vivere in paesi fantasma in cui, oltre alle baracche, resta ben poco, i Siciliani sanno già cosa significa... Oltre a quella del Belice, evitiamo agli Abruzzesi anche la terribile fine che hanno fatto i terremotati di Messina che, dopo 100 anni, vivono ancora nelle baracche». Così si legge sul blog BSicilia.
Chi scrive dice il vero, quando ricorda che a distanza di un secolo, le baracche dei terremotati della città sullo stretto sono ancora lì. Quartieri di fatiscenti residenze che oggi conoscono la terza generazione di miseria: prima furono le capanne in legno edificate dai volontari di mezza europa all’indomani del terremoto, poi arrivarono le baracche in muratura costruite dal Fascismo, sostituite dopo i bombardamenti della Seconda Guerra, da «casette ultrapopolari a uso provvisorio». Il risultato è una favelas a cielo aperto distribuita nei quartieri dell’Annunziata, di Fondo Fucile o di Giostra.
I residenti pagano anche le tasse: luce, gas e immondizia - di cui sono circondati. L'acqua che piove all'interno delle baracche, invece, è gratis.
Quaranta sono gli anni che ci separano dalla tragedia del Belice: 236 morti, 14 paesi distrutti, 70mila sfollati. Ancora oggi i ruderi inagibili degli edifici di Salemi si stagliano nel cielo come tanti fantasmi. Nel 2005 servivano ancora 133 milioni di euro per l’urbanizzazione e 446 per l’edilizia privata.
Sorte analoga per alcune zone dell’Irpinia dove si scorgono ancora dei container sul territorio devastato dal terribile sisma del 1980, che causò 2570 vittime. Lo Stato ha complessivamente impiegato per lo sviluppo e la ricostruzione delle aree colpite dal sisma circa 58mila miliardi di lire, realizzando nella zona ben otto aree industriali, tuttavia la regione rimane una delle aree più depresse d'Italia. Un fiume di denaro destinato a un'area geografica che si allargò a dismisura l'indomani della sciagura, includendo centinaia di comuni che non videro muovere neppure una foglia.
Ma la storia insegna che le cose possono andare anche diversamente. In Friuli - il sisma del 1976 causò mille morti, lesionò 40mila abitazioni -, in poco più di 15 anni, tutto fu ricostruito grazie alle deleghe affidate agli enti locali. Non ci fu un solo caso di corruzione o malversazione e ancora oggi l'associazione che raggruppa gli ex sindaci del terremoto va fiera di quella scelta.
Anche la ricostruzione umbra, dopo la scossa del 1997, ha fatto scuola. Soprattutto per l'attenzione posta alla salvaguardia del patrimonio artistico della regione. "Il nostro slogan è stato Dov'era com'era" (l'opposto del concetto di New Town) ribadisce l'assessore regionale umbro alla ricostruzione, Vincenzo Riommi, ricordando che per l'emergenza vennero spesi oltre 400 milioni di euro, mentre la ricostruzione è costata 5 miliardi e 100 milioni.
E sulle macerie d'Abruzzo quale modello prevarrà? Quale Italia avrà la meglio?










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