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L'Italia è prima in Europa per parti cesarei, boom di ricorso al bisturi

Gli interventi sfiorano il 38% del totale contro il 15% consigliato dall'Organizzazione mondiale della sanità. Al Sud la situazione peggiore con la Campania e la Sicilia in testa per percentuali d'interventi. Alla base motivi economici, e di carenza di personale

Pubblicato il 20/09/10 da ApCom in Cronaca|TAG: parti, cesarei, boom

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GRAVIDANZA E PARTO 

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In Italia si ricorre troppo spesso al bisturi per far nascere i bambini e quella che dovrebbe essere un'eccezione diventa una regola. Dietro ci sono motivi economici e organizzativi delle strutture sanitarie. L'Organizzazione mondiale della sanità chiede che i cesarei non superino il 15% del totale delle nascite ma nel nostro Paese sfiorano il 38% (i dati sono del 2007). E' il tasso più alto in Europa che oscilla dal 15% dell'Olanda al 27% della Germania.

Ma quella del 38% nel nostro Paese è solo una media perché al Sud la situazione è peggiore con la Campania al 60% nelle strutture pubbliche (nelle private si arriva al 78%) e la Sicilia al 52%. Seguono il Molise al 48,9% e la Puglia al 47,7%.

Al Nord va meglio: nel Friuli Venezia Giulia, in Toscana e in Lombardia i parti cesarei si attestano tra il 24% e il 28%. Solo Bolzano, però, con il 20%, si avvicina ai valori raccomandati dall'Oms e dal ministero della Salute italiano (20%). Eppure il cesareo anche se oggi è più sicuro che in passato, rappresenta pur sempre un intervento chirurgico con un pericolo di morte della donna di 2,84 volte maggiore rispetto a un parto naturale.

"I numeri italiani - spiega Walter Ricciardi, direttore dell`istituto di igiene dell`università Cattolica di Roma - sono il segnale di una patologia del sistema, di forme di non trasparenza. Certamente indicano problemi strutturali, organizzativi, economici e di responsabilità medica". 

Spesso si opta per il cesareo per motivi economici, per i rimborsi che le strutture ottengono per ogni intervento. Esemplare il caso della Sicilia dove un parto su due avviene tramite cesareo. Ora per arginare il fenomeno si è deciso di uniformare le tariffe con cui la Regione rimborsa sia le strutture pubbliche che quelle private, a prescindere dalla tipologia di parto.

In altri casi le strutture sanitarie ricorrono al cesareo per l'assenza di risorse e di personale. Altre non garantiscono l'epidurale 24 ore su 24 e preferiscono orientarsi verso il parto cesareo anche in assenza di reale necessità. Programmare un parto, poi, è più comodo sia per il ginecologo che per l'ospedale. Niente corse durante la notte e il weekend è libero.

Molti cesarei, invece, sono determinati da una eccessiva cautela da parte del medico, specialmente nei casi in cui la struttura sanitaria non è adeguata. Non tutti gli ospedali, spiega Ricciardi, possono fornire un elevato livello di sicurezza. "Dato che la maggior parte delle strutture non tutela il medico in caso di complicazioni, questo preferisce evitare problemi legali ricorrendo direttamente al cesareo. E la donna opta per il cesareo per gli stessi motivi". La situazione, però, porta a delle conseguenze sia in termini di salute (dolore post-operatorio, ricorso al cesareo anche per i parti successivi) sia economici ovvero una degenza più lunga, a carico del sistema sanitario nazionale. (Apcom)

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