Ischia,
Messina,
Sarno. Ma il rischio di frane e alluvioni non riguarda solo i territori delle trascorse sciagure: secondo
Legambiente il pericolo di gravi dissesti idrogeologici coinvolge il
70% dei comuni italiani. La minaccia è dovuta al
degrado ambientale e dei corsi d'acqua, all'abusivismo e al disboscamento selvaggio. In totale sono 5.581 i comuni, di cui 1.700 a rischio
frana, 1.285 a rischio di
alluvione e 2.596 a rischio sia di frana che di alluvione. Lo rivela il dossier dell'associazione ambientalista "Ecosistema Rischio 2008", che presenta gli ultimi dati nazionali sul tema.
Secondo
Francesco Russo, presidente dell'Ordine dei Geologi della Campania, "
i comuni a rischio idrogeologico in Campania sono 210 su 552, di cui 120 a rischio di colate rapide di fango. Le cifre che presenta Russo sono più contenute rispetto al dossier di Legambiente, ma non per questo la situazione è da considerarsi meno preoccupante: «Dobbiamo renderci conto - spiega il geologo - che l'intensificarsi di fenomeni meteorologici estremi è dovuto al
cambiamento climatico in atto. Nei prossimi anni la pioggia potrebbe addirittura raddoppiare: se queste zone già allo stato attuale sono a rischio, quando aumenterà la pioggia in quelle regioni particolari potrebbe accadere una catastrofe».
Le regioni
La
Calabria, l’
Umbria e la
Valle d’Aosta sono le regioni con la più alta percentuale di comuni classificati a
rischio (il 100% del totale), seguite dalle
Marche (99%) e dalla
Toscana (98%). La
Sicilia è undicesima (70%), con 200 comuni a rischio frana, 23 a
rischio alluvione e 49 a rischio frana e
alluvione. E in Sicilia, proprio in provincia di
Messina, ci sono le “
maglie nere” della classifica di Ecosistema 2008: i comuni di
Ucria e Alì che, pur avendo interi quartieri e aree industriali in zone a rischio, non avevano messo in campo praticamente nessuna azione di mitigazione del rischio idrogeologico.
I datiIl
77% dei comuni intervistati da Legambiente ha nel proprio territorio abitazioni in aree golenali, in prossimità degli
alvei e in aree a rischio frana e quasi un terzo di essi presenta in tali aree interi quartieri. Nel 56% dei comuni campione sono presenti in aree a rischio addirittura fabbricati industriali.
Nel
42% dei comuni non viene svolta regolarmente un’attività di
manutenzione ordinaria dei corsi d’acqua e delle opere di difesa idraulica. Soltanto il 5% dei comuni ha intrapreso azioni di delocalizzazione di abitazioni dalle aree esposte a maggiore pericolo e appena nel 4% dei casi si è provveduto a delocalizzare gli insediamenti industriali.
Il
73% dei comuni che hanno partecipato all’indagine ha realizzato opere di messa in sicurezza dei corsi d’acqua e dei versanti, interventi che però spesso rischiano di accrescere la fragilità del territorio piuttosto che migliorarne la condizione e di trasformarsi in alibi per continuare ad edificare lungo i fiumi.
L’82% dei comuni si è dotato di un piano di emergenza da mettere in atto in caso di frana o
alluvione. Nel 66% dei comuni esiste una struttura di protezione civile operativa 24 ore su 24.
Legambiente
“Bastano poche piogge per provocare una
tragedia. Il nostro Paese paga un altissimo prezzo per aver devastato il territorio con enormi e incontrollate colate di cemento. Esprimere tutta la nostra solidarietà alle famiglie delle vittime non basta. E’ necessario insistere per risalire alle responsabilità e tornare sulla necessità di investire nella manutenzione del territorio”, dice Vittorio Cogliati Dezza, presidente nazionale di
Legambiente.