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Dall'Adriatico allo Ionio, le piattaforme della paura... nera

L'incidente al pozzo nel Golfo del Messico ha destato un vivo allarme anche in Italia, dove sono presenti una decina di piattaforme offshore per l'estrazione di greggio. Sicurezza e sostenibilità ambientale in discussione

Pubblicato il 04/05/10 in Cronaca|TAG: piattaforme petrolifere, trivellazioni, mediterraneo, adriatico

MAPPA PIATTAFORME
Piattaforme petrolifere: mappa degli impianti italiani
e le foto dei disastri ecologici
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Golfo del Messico, marea di petrolio

 

Le fuoriuscite di petrolio più ingenti

Sedco 135F - Bahia de Campeche, Messico, 1979. Fuoriuscirono 3.500.000 barili di greggio. La falla fu chiusa 9 mesi più tardi.
Ekofisk Bravo - Norvegia, 1977. Fuoriuscirono 202.381 barili di greggio della Phillips Petroleum's in 8 giorni.
Funiwa - Delta del Niger, 1980. 200.000 barili di petrolio fuoriuscirono in modo incontrollato per due settimane devastando il delta del fiume.
Hasbah Platform - Golfo Persico, 1980. L'esplosione del pozzo numero 6 fece 19 vittime e causò la fuoriuscita di 100.000 barili di petrolio.
Union Oil Platform Alpha Well - Canale di Santa Barbara, 1969 - La fuoriuscita di greggio si protrasse per11 giorni con un versamento complessivo di 80.000 barili

 

Trent'anni di gravi incidenti

Usumacinta - Golfo del Messico 2007 - Scoppio di pozzo petrolifero marino: 22 morti;
Mumbai (Bombay) High North - Oceano Indiano 2005 - scontro fra petroliera e piattaforma marina: 22 morti;
Seacrest Drillship - Thailandia 1989 - affondamento di nave petrolifera nei pressi di piattaforma marina: 91 morti;
Piper Alpha - Regno Unito 1988 - esplosione di piattaforma marina: 167 morti;
Enchova Central - Brasile 1988 - scoppio di pozzo petrolifero marino: 42 morti;
Brent Field Chinook Helicopter - Mare del Nord 1986 -scontro di elicotteri e piattaforme marine: 45 morti;
Glomar Java Sea Drillship - Cina 1983 - affondamento di piattaforma durante tempesta marina: 81 morti;
Ocean Ranger - Oceano Atlantico 1982 - rovesciamento di piattaforma marina: 84 morti;
Alexander Kielland - Norvegia 1980 - rovesciamento di piattaforma petrolifera: 123 morti;
Bohai 2 - Cina 1979 - rovesciamento di piattaforma durante tempesta marina: 72 morti.

Pensiamo a salvare le coste della Louisiana, guardiamo con costernazione e sgomento alla sciagura che sta devastando il Golfo del Messico. Ma forse non sappiamo che una decina di piattaforme petrolifere sono già in uiso a poche miglia dalle nostre coste. I pozzi in acque italiane sono sicuri?
Il dubbio deve essere sorto anche nelle menti governative se è vero che, come si legge, il Ministero dello Sviluppo Economico ha disposto controlli urgenti sui pozzi petroliferi attivi nelle acque italiane e ha sospeso tutte le nuove autorizzazioni alle trivellazioni.

Gli impianti in Italia
Sono una decina le piattaforme off shore per l'estrazione del petrolio, ma anche di gas e metalli, in funzione nei mari italiani. Le principali piattaforme estrattive si trovano nel canale di Sicilia e in Adriatico, mentre una è nel mar Ionio, davanti a Crotone. In Sicilia gli impianti sono stati costruiti nel tratto di mare compreso tra Pozzallo, all'estremità sud-est dell'isola, e Gela.  Tre sono invece le piattaforme in mare davanti ad Ortona, in Abruzzo, mentre una si trova più a sud, all'altezza di Brindisi.

Dubbia sostenibilità ambientale
Il Mediterraneo è già purtroppo il mare più inquinato da idrocarburi, essendo solcato in lungo e in largo da petroliere che lavano le cisterne al largo, sporcando le nostre spiagge. A queste si aggiungono le piattaforme offshore che, sia nella fase esporativa che in quella estrattiva, sono responsabili del 10% dell'inquinamento totale da idrocarburi. Inoltre, per potere trivellare nel mare, le compagnie petrolifere hanno bisogno di speciali "fluidi e fanghi perforanti", sostanze altamente tossiche e difficili da smaltire (lasciano, infatti, tracce di cadmio, cromo, bario, arsenico, mercurio, piombo, zinco e rame).
Va inoltre considerata la bassa qualità del petrolio individuato nell'Adriatico, dove si concentrano le più recenti ricerche: sabbioso e bituminoso (con un alto grado di idrocarburi pesanti e ricco di zolfo), il cui prodotto di scarto più pericoloso è l'idrogeno solforato (H2S), dagli effetti letali sulla salute umana anche a piccole dosi.
Ci si augura, come sempre, che le autorità nazionali e locali tengano in debita considerazione i cosiddetti "costi esterni" dei progetti estrattivi offshore, ossia il costo che la collettività dovrà sostenere per ripagare i danni causati alla salute dell'uomo,  all'agricoltura, al turismo, alla pesca, ecc.

Catastrofi dietro l'angolo?
Le relazioni ufficiali individuano tre tipologie di possibili incidenti.
- Blow-out di gas durante la perforazione. E' il caso della sciagura della Piper Halfa, 6 Luglio 1988, quando, a causa di un malfunzionamento delle valvole di sicurezza, un'enorme quantità di gas venne rilasciata in aria, dando origine ad una serie interminabile di esplosioni. Centosessantasette uomini persero la vita. Anche le conseguenze ambientali non furono irrisorie: finirono in mare il fango di perforazione contenente i detriti perforati, le acque di lavaggio, gli oli, i rifiuti solidi urbani e assimilabili, serbatoi di gasolio che alimentano i generatori elettrici ecc.
- Blow-out con fuoriuscita di petrolio incontrollata. E' il disastroso caso verificatosi nel Golfo del Messico, conl'incendio e il successivo crollo della piattaforma della BP.  Le relazioni prevedono la possibilità di tale evenienza ma non una sola parola viene spesa per descrivere cosa accadrebbe in caso di incidente.
- Collisioni di navi con la piattaforma. Anche in questo caso viene citato questo tipo di rischio ma vengono nuovamente menzionate solo le misure di sicurezza per evitarle.
Non va dimenticato, inoltre, che i disastri possono essere originati, oltre che da errori umani, da cause naturali (come tempeste e uragani) e che  il rischio di subsidenza, nell'Adriatico è particolarmente alto.
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