Gli italiani se le bevono tutte: siamo i primi consumatori di acqua in bottiglia
Scegliere di pagare per dissetarsi è solo una questione di gusto, non di salute. Ma l'Italia è il terzo paese al mondo per consumo pro-capite di litri in bottiglia, mentre la politica è a un bivio: l'acqua è merce o bene comune?
Pubblicato il 18/03/09 in Cronaca|
La sete degli italiani non conosce crisi. Nel 2007 hanno consumato ben 12,4 miliardi di litri di acqua in bottiglia, pagandola anche mille volte di più di quella del rubinetto - che a detta di esperti non ha nulla da invidiare, per salubrità, alle 'minerali'.
Con 196 litri pro-capite all'anno l’Italia è il primo Paese in Europa per consumo di acque in bottiglia e il terzo al mondo, dopo Emirati Arabi (260 l/anno procapite) e Messico (205).
Una vera manna per le ditte imbottigliatrici, che oltre a poter contare su milioni consumatori attaccati alla bottiglia, approfittano del caos che regna sui canoni di concessione per i prelievi alla fonte per pagare molto spesso alle regioni e ai comuni, canoni irrisori.
Dal dossier presentato da Legambiente e Altreconomia in vista della giornata mondiale dell'Acqua del 22 marzo, emerge che, in assenza di una legge nazionale, ciascuna amministrazione regionale decide come meglio crede. Succede così che vi sono regioni che fanno pagare in base agli ettari dati in concessione e ai volumi imbottigliati, altre che prevedono solo un canone per la superficie della concessione data. Si va pertanto a 0,3 euro per ogni mille litri prelevati in Campania e imbottigliati in Basilicata, fino ai 3 euro del Veneto.
Occorre una normativa condivisa su tutto il territorio e i canoni di concessione per l’imbottigliamento andrebbero rivisti: gli importi dovrebbero tenere conto dell’elevato valore della risorsa idrica e dell’impatto ambientale che causano le attività di imbottigliamento, trasporto dell’acqua minerale e smaltimento della plastica successiva al consumo.
Val la pena ricordare che ogni anno gli italiani utilizzano circa 6 miliardi di bottiglie di plastica, la cui produzione implica il consumo di 480 mila tonnellate di petrolio e l'emissione in atmosfera di 624 mila tonnellate equivalenti di anidride carbonica.
Snobbata dagli italiani e trascurata "alla fonte" da una normativa poco limpida, l'acqua dell'acquedotto pubblico rischia inoltre, oggi, di diventare una merce oggetto di controverse privatizzazioni: con la legge 133 dello scorso agosto, a firma di Giulio Tremonti, l’acqua è stata classificata come un bene a rilevanza economica, espropriando di fatto la sua gestione ai comuni che saranno costretti alla messa a gara del servizio idrico.Contro questa decisione sono stati opposti, da parte di alcune regioni, ricorsi di costituzionalità; mentre in Parlamento il 22 Gennaio scorso è iniziato l’iter parlamentare di una legge popolare promossa dal Movimento per l’Acqua pubblica.
A difesa dell'acqua del Sindaco è nata anche, per opera di Legambiente e Altreconomia, la campagna Imbrocchiamola, con attivo il database delle segnalazioni sui ristoranti che, su richiesta, servono acqua di rubinetto e quelli che, illegittimamente, non lo fanno.
Con 196 litri pro-capite all'anno l’Italia è il primo Paese in Europa per consumo di acque in bottiglia e il terzo al mondo, dopo Emirati Arabi (260 l/anno procapite) e Messico (205).
Una vera manna per le ditte imbottigliatrici, che oltre a poter contare su milioni consumatori attaccati alla bottiglia, approfittano del caos che regna sui canoni di concessione per i prelievi alla fonte per pagare molto spesso alle regioni e ai comuni, canoni irrisori.
Dal dossier presentato da Legambiente e Altreconomia in vista della giornata mondiale dell'Acqua del 22 marzo, emerge che, in assenza di una legge nazionale, ciascuna amministrazione regionale decide come meglio crede. Succede così che vi sono regioni che fanno pagare in base agli ettari dati in concessione e ai volumi imbottigliati, altre che prevedono solo un canone per la superficie della concessione data. Si va pertanto a 0,3 euro per ogni mille litri prelevati in Campania e imbottigliati in Basilicata, fino ai 3 euro del Veneto.
Occorre una normativa condivisa su tutto il territorio e i canoni di concessione per l’imbottigliamento andrebbero rivisti: gli importi dovrebbero tenere conto dell’elevato valore della risorsa idrica e dell’impatto ambientale che causano le attività di imbottigliamento, trasporto dell’acqua minerale e smaltimento della plastica successiva al consumo.
Val la pena ricordare che ogni anno gli italiani utilizzano circa 6 miliardi di bottiglie di plastica, la cui produzione implica il consumo di 480 mila tonnellate di petrolio e l'emissione in atmosfera di 624 mila tonnellate equivalenti di anidride carbonica.
Snobbata dagli italiani e trascurata "alla fonte" da una normativa poco limpida, l'acqua dell'acquedotto pubblico rischia inoltre, oggi, di diventare una merce oggetto di controverse privatizzazioni: con la legge 133 dello scorso agosto, a firma di Giulio Tremonti, l’acqua è stata classificata come un bene a rilevanza economica, espropriando di fatto la sua gestione ai comuni che saranno costretti alla messa a gara del servizio idrico.Contro questa decisione sono stati opposti, da parte di alcune regioni, ricorsi di costituzionalità; mentre in Parlamento il 22 Gennaio scorso è iniziato l’iter parlamentare di una legge popolare promossa dal Movimento per l’Acqua pubblica.
A difesa dell'acqua del Sindaco è nata anche, per opera di Legambiente e Altreconomia, la campagna Imbrocchiamola, con attivo il database delle segnalazioni sui ristoranti che, su richiesta, servono acqua di rubinetto e quelli che, illegittimamente, non lo fanno.










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